sabato 12 dicembre 2015

Giveaway di Natale: Andorra di Peter Cameron #LetteraturaInPalio (CHIUSO)

Visto che a Natale siamo tutti più buoni, ho pensato di mettere in palio per voi l'ultimo libro di Peter Cameron (l'ultimo edito in Italia, per la verità, secondo in patria). Si tratta di uno dei miei autori contemporanei preferiti in assoluto: perfetto in Quella sera dorata come in Un giorno questo dolore ti sarà utile e strepitoso anche in Coral Glynn. Questo è un libro assai diverso dagli altri, in quanto, per certi versi, noir-mistery. Sono molto curiosa di confrontarmi con altri in merito, è anche per questo che la mia scelta è caduta proprio su Andorra
Di seguito troverete la trama e le regole del giveaway. Scade il 20 dicembre!

Autore: Peter Cameron 
Titolo: Andorra
Editore: Adelphi
Pagine: 236
Prezzo: 18 euro 
Anno: 2014
Lasciatosi alle spalle San Francisco insieme a quel che gli era necessario lasciare – «cioè tutto» –, Alex Fox approda a La Plata, la soleggiata capitale del minuscolo Sta­to di Andorra, dove spera di poter cominciare una nuova vita. E la scelta sembra quanto mai azzeccata: «Chiunque viva ad Andorra viene considerato suo cittadino» recita la Costituzione, e in effetti sono in molti a mostrarsi subito ansiosi di conquistare le simpatie del nuovo arrivato. Come Mrs Reinhardt, anziana ospite del­l'unico albergo in città, che chiede ad Alex di leggere per lei; o Sophonsobia, matrona della potente famiglia Quay, che certo non sarebbe contraria a una liaison tra lui e l'amabile figlia Jean; o i coniugi Dent, che ben presto lo mettono a parte dei lati meno limpidi del loro matrimonio. Approfondendo via via le sue nuove conoscenze, Alex si renderà conto di non essere il solo a fuggire dal proprio passato, finché, sempre più coinvolto nella vita sotterranea di Andorra, scoprirà «le stanze grigie e senza finestre dietro al favoloso scenario». E quando dalle acque del porto di La Plata emergeranno due cadaveri con chiari segni di morte violenta, lui sarà fra i principali indiziati: la tragedia, è fatale, non può essere trascesa, né cancellata o dimenticata. Già in questo romanzo Peter Cameron si mostra a proprio agio nell'universo narrativo che ha affascinato i lettori di Coral Glynn, e perfettamente padrone di quella tecnica del progressivo disvelamento che non mancherà, anche qui, di tenerci avvinti alle sue pagine – sino al colpo di scena finale.

Regole per il giveaway:
- essere follower del blog (tastino in alto a destra)
- condividere l'iniziativa sui social che preferite (non controllerò, per cui fatelo solo se vi fa piacere)
- lasciarmi nei commenti la vostra mail, un'opinione su Cameron (cosa vi è piaciuto della sua produzione, perché vi piace o, se non lo conoscete, che cosa vi attira) e anche un pensiero personale su che libro vi piacerebbe ricevere quest'anno a Natale

Estrazione:
Vince Gloria Spignoli!!! Complimenti!

venerdì 4 dicembre 2015

Reportage CinemOssi al TFF 2015: Suffragette, Antonia, Brooklyn, Just Jim, John From, etc

Carissimi,
innanzitutto mi scuso per l’assenza: negli ultimi quattro mesi la mia vita è stata decisamente complicata, tra un viaggio a New York, una supplenza di italiano molto full time in un professionale per stilisti e l’inizio di un dottorato di ricerca in linguistica. Spero vivamente di riuscire a conciliare tutti i miei impegni in modo da ritagliarmi del tempo anche per continuare con i miei articoli. Dunque, nell’ultima settimana ho avuto modo di vedere un po’ di film al Torino Film Festival di quest’anno: stavolta non ho fatto l’addetta stampa, ma sono riuscita comunque a vedere ben sette film.
Anzi, diciamo sei e mezzo. Ora scoprirete perché. La mia impressione generale è stata più che positiva: davvero parecchi dei film che ho visto hanno soddisfatto e in certi casi persino superato le mie aspettative.


Suffragette (Sarah Gavron, UK, 2015)
Grande attesa per questo film, che, pur rilevatosi assai diverso da come me l'aspettavo, si è fatto apprezzare proprio per queste particolarità: la storia principale segue la presa di coscienza di una placida sottoproletaria, dapprima scettica di fronte al suffragismo, lavoratrice in fabbrica dall’età di sette anni, sposata con un uomo altrettanto comune e madre di un bimbo. Già il movimento suffragista è tema ben raro da trovare nei film, ma che la prospettiva adottata sia così orgogliosamente “dal basso” lo rende davvero un unicum nel suo genere: il buon senso, l’altruismo, la tenacia della protagonista (una sciatta quanto coinvolta Carey Mulligham) rendono lo spettatore partecipe del suo dramma umano, della forza della sua convinzione nel cercare, per tentativi e con difficoltà, un nuovo modo, più consapevole, di essere donna, moglie e madre nella spinosa Inghilterra dell’inizio del XX secolo. I titoli di coda ci ricordano che il diritto di voto è ancora utopia in tante nazioni nella terra (e che in Svizzera le donne votano solo dal 1977!!!). Cameo per Meryl Streep nei panni della vera femminista Emmeline Pankhurst.


Antonia (Ferdinando Cito Filomarino, Italia, 2015)
Ecco, questo è il film del festival nei confronti del quale nutrivo meno aspettative, forse perché l’accoppiata “biopic” e “italiano” molto di rado produce qualcosa di più che scolastico o scontato, specie se la vita raccontata è quella di un letterato. Invece vi anticipo che questo si è rivelato il miglior film della rassegna, almeno tra quelli che ho visto io. Qui protagonista è la poetessa Antonia Pozzi, milanese, perlopiù ignota anche agli addetti ai lavori: sulle antologie il suo nome ricorre solo in quanto contemporanea e amica di Vittorio Sereni. Ha avuto una vita breve, illuminata dal fuoco della poesia e scossa da violenti attacchi di male di vivere che l’hanno poi portata al suicidio (avvenuto a 26 anni), ma per il resto, nelle sue esperienze, possiamo riconoscerci un po’ tutti: il liceo classico, l’amore per il suo professore di lettere, poi l’università, la tesi su Flaubert, i primi incarichi da insegnante, l’attaccamento ai suoi compagni di studi, gli amori non corrisposti. Una vita piccola, vissuta in punta di piedi tra la sua grande casa di Milano e la pace delle montagne sopra Lecco. Un film fine, coraggioso, con una fotografia incantevole e una regia davvero elegante (oltreché giovanissima, classe 1986): punti di vista bizzarri e geniali, come dialoghi sentiti di lontano, dietro le porte a vetri del soggiorno di Antonia, conversazioni allo specchio e un indugiare sempre delicato sull’intimità più profonda della protagonista, sorpresa a fare autoerotismo come a leggere l’Odissea in greco. Il cast di attori non noti, ma tutti professionisti del teatro, è una scelta vincente per cui questo progetto meriterebbe applausi a prescindere dal risultato, che è in ogni caso davvero pregevole. Non vedo l’ora che esca in chiaro (sperando che tale miracolo abbia luogo e presto) per portarci gli amici, letterati e non.


Me and Earl and the dying girl (Alfonso Gomez-Rejon, USA, 2015)
Una commedia indipendente giovanilistica americana “che più Sundance di così non si può”: scorretta, originale, fresca e ben recitata. C’è pure un cancro di mezzo, ma non è un film sul cancro e sugli adolescenti che muoiono, piuttosto sul saper far fruttare il tempo e sull’imparare a incanalare la propria atipicità in un percorso di crescita che sviluppi l’intelligenza emotiva, su come restare speciali senza diventare per forza degli apatici anaffettivi. Alcune scene sono esilaranti e i personaggi si distinguono tutti per eccentricità, forse fin troppo. In ogni caso decisamente godibile.

Uns geht es gut (Henri Steinmetz, Germania, 2015)
Solitamente, specie se ho pagato un biglietto specifico, mando giù di tutto e resisto fino alla fine. Qui non ce l’ho fatta, sono uscita dopo un’oretta. I dialoghi sono agonizzanti e perlopiù insensati, la trasgressione fine a se stessa dei giovani protagonisti (la cui occupazione è bighellonare senza meta facendo cose a metà tra lo schifoso e l’inutile, ma più sul versante dell’inutile) è a dir poco irritante. Dominano scene al rallentatore, inquadrature su bicchieri che cadono, ragazzi che orinano, grugniti in una lingua che del tedesco ha poco. Un tentativo poraccio di teutonicamente scimmiottare Arancia Meccanica, fallito.

Just Jim (Craig Roberts, UK, 2015)
Opera prima del giovane Craig Roberts, già protagonista del carinissimo Submarine, che qui dirige se stesso e Emile Hirsch in una commedia adolescenziale surreale ambientata in Galles: il protagonista è un recluso sociale, di una sfigataggine davvero mai vista sullo schermo. La sua triste vita solitaria, ritratta nella prima parte del film, assume dimensioni tragicomiche che sfiorano l’epicità in alcune sequenze (da antologia quella in cui i genitori sbagliano il numero di anni che il figlio sta per compiere e per giunta nessuno si presenta alla sua festa di compleanno). Ancora più divertente e folle nella parte centrale, con la comparsa di un ragazzo americano “cool”, interpretato da Emile Hirsch, che cerca di riprogrammare Jim per farlo diventare popolare. Peccato il finale assurdo, totalmente svincolato dal contesto. Ma per il resto un’ottima prova. Simpaticissimo il regista (classe 1991), che era presente in sala e ha fatto battute a raffica nella sua autopresentazione.

Brooklyn (John Crowley, Irlanda, 2015)
Avevo altissime aspettative per questo film e la visione mi ha completamente soddisfatta: un melodramma di formazione a tematica migratoria, fortemente incentrato sullo sradicamento e sui contraccolpi emotivi della lontananza. Il tutto raccontato attraverso le emozioni, l’impegno, la tenacia e la forza di una ragazza irlandese (interpretata dalla delicatissima Saoirse Ronan): la fatica di crescere, vivere e amare in un nuovo mondo globale, in una dimensione estesa che obbliga a guardare oltre se stessi e il proprio contesto d’origine per abbracciare una visione più ampia. Quella visione che è poi, con il suo meltin pot, l’essenza stessa di un’America figlia della struggle for life degli immigrati. Poi, ciliegina sulla torta, per una volta gli immigrati italiani fanno una gran bella figura in un film anglosassone. Menzione d'onore al costumista: gli Irlandesi vestono molto male e in questo film, realisticamente, non fa sconti a nessuno. Momento nostalgia quando i protagonisti fanno il bagno a Coney Island, dove sono stata anche io pochi mesi fa. Felice e ansiosa di rivederlo canonicamente al cinema questa primavera. 

John from (Joau Nicolau, Portogallo, 2015)
Ecco, questo è forse il film più particolare che mi sia capitato quest’anno al festival: candidato portoghese al concorso del TFF, è la storia, statica e assolata, dell’estate cittadina di un’adolescente con le turbe ormonali che ammazza il tempo ciondolando per il quartiere con la sua migliore amica, senza molto da fare. Tutto finché non compare, quasi magicamente, un affascinante vicino di casa, ragazzo padre, fotografo-artista specializzato sull’Oceania. Una mostra di foto a tema melanesiano colpisce la fantasia della protagonista, che comincia a dipingersi viso e corpo con colori tribali, nonché a sognare distese di foreste pluviali nel suo quartiere, nuvole tossiche e atterraggi di aerei. Il film assume dunque una dimensione quasi onirica, in cui a riunioni di condominio si alternano visioni di indigeni oceanici. John From è il nome che i melanesiani davano ai cargo degli americani, oggetto di culto e venerazione, che lanciavano loro viveri durante la guerra. Tematica affascinante per chi, come me, ha studiato antropologia oceanica e si interessa da anni di culture dei mari del sud, tuttavia il film, considerato anche nel suo ritmo, risente di una certa lentezza.


E voi? Quali film avete visto al TFF? Quali di questi film attendete con ansia nelle sale? Aspetto i vostri commenti!

martedì 28 luglio 2015

Recensione "L'età sottile" di Francesco Dimitri

Quando e dove l’ho comprato?
L'ho letto in ebook


Quando e dove l’ho letto?
Un po’ ovunque: tra la biblioteca, i mezzi pubblici e la piscina. Ho impiegato pochi giorni, è stato il libro della mia prima distensione vacanziera di quest'anno

Che cosa?
L’età sottile di Francesco Dimitri, autore italiano di genere fantasy, a me finora sconosciuto. Sono stata una lettrice accanita di questo genere in gioventù, per cui ad oggi ne leggo pochissimo (meno di un titolo all’anno) e selezionatissimo, forse perché sono diventata davvero troppo esigente.


Perché?
Perché mi è stato consigliato con calore da due persone della cui opinione letteraria mi fido: uno è il mio amico Mattia/Silver Reflex/Terence Granchester, youtuber letterario, l'altro è Mr Ink, qui la sua recensione. 


Con che cosa?
Da solo: è stata una lettura veloce e totalizzante

Autore: Francesco Dimitri
Titolo: L'età sottile
Editore: Salani
Pagine: 396
Prezzo: 15.90 euro
Anno: 2013
Trama: Quando Gregorio incontra la Magia per prima volta ha quattordici anni, e l’infanzia gli sta scivolando di dosso come l’acqua del mare del piccolo paese del Sud dove va in vacanza. La proposta che gli viene fatta va oltre ogni immaginazione, e l’idea di diventare più potente di qualsiasi mortale sembra decisamente allettante. Se Gregorio accetta, però, dovrà nascondere a chiunque la sua nuova vita; dovrà tacere e mentire alla famiglia e agli amici di un tempo; dovrà abbandonare la sua normalità ed entrare in un mondo dove la parola è azione, e le azioni sono al di sopra di ogni giudizio. Un mondo di cambiamento costante, di pericoli mortali, di tradimento, ma dove l’amicizia è più potente della morte. Originale, spiazzante, crudo, onirico e realistico al tempo stesso, dal più talentuoso e visionario autore del fantastico italiano un sorprendente romanzo di formazione che ci ricorda che ogni adolescente è mago, perché vuole conservare il potere dell’infanzia e trasportarlo integro nell’età adulta.


RECENSIONE


Se decido di leggere fantasy, dopo un'adolescenza in cui ne ho letto (e persino scritto) molto, a 28 anni deve essere per un buon motivo. Il mio buon motivo si chiama Mattia e lo ringrazio moltissimo per questa segnalazione.

Il titolo è un riferimento a quell'età problematica e ambigua che è l'adolescenza: sottile significa fragile, effimero, ma significa anche permeabile, un'età di confine tra un mondo e l'altro, tra un io infantile e un io adulto. La chiave interpretativa di questo libro è l'ambiguità, legata al simbolico-occulto, quanto al reale. 

Non dirò molto sulla trama, anche per non rovinare il piacere della scoperta a nuovi possibili lettori: vi basti sapere che ci sono due ambientazioni principali (la Roma autunnale e un paesino del sud in estate), un adolescente alle prese con il lutto della madre, le turbe ormonali e i primi amori e poi c'è l'incontro con la magia. E tantissime citazioni (implicite ed esplicite) da tutto il panorama fantasy-nerd contemporaneo. 

I riferimenti più frequenti sono quelli alla saga di Harry Potter, citata a più riprese per tutta la durata del romanzo: è interessante come questa storia reinventi e riusi i suoi modelli, con un'alchimia funzionale che ha qualcosa, davvero, di magico. Momenti iconici e temi ripresi, come il tema del lutto e lo sfregio subito da un nemico (il protagonista Gregorio perde un occhio) sono presentati con una consapevolezza superiore, quasi distante, che "se la canta e se la suona", che ti dice "lo so che questo è un cliché, ma guarda come te lo parcheggio bene, ci faccio il balletto attorno, te lo mostro da un'altra angolatura, te lo stropiccio, te lo rovescio". 

In Harry Potter dove siano allocati il bene e il male è quasi sempre perfettamente evidente e riconoscibile, salvo mistici coni d'ombra come il magnifico personaggio di Piton: in questo romanzo, invece, Gregorio fa spesso del male al suo prossimo, le sue motivazioni non sono sempre nobili, il suo fine spesso giustifica dei discutibili mezzi (il protagonista assume droghe a più riprese e arriva persino ad allearsi con una specie di giovane "mafioso" di paese), il suo saltellare su e giù lungo la linea che separa il bene dal male è una danza ammaliante. Siamo sempre davanti a una duplice interpretazione: da una parte la scoperta della magia è un dono, dall'altra una discesa agli inferi; il maestro Levi è una guida, ma anche una personalità ombrosa, che plagia giovani menti. 


La magia è raccontata nella sua natura teorica e pratica, nel suo potenziale dirompente, strettamente legato con l'estasi dei sensi: una delle scene più belle e potenti del libro mostra contestualmente la perdita della verginità del protagonista e la sua iniziazione alla magia con tanto di piscina, tempesta marittima notturna, sangue virginale, pentacoli e cerchi magici, in un tripudio di fulmini e saette, di orgasmo e morte. Detta così sembra un'accozzaglia di elementi kitsch, eppure, credetemi, si tratta di un passaggio davvero ben orchestrato. 

Ovviamente non è un libro perfetto, veniamo dunque a ciò che non mi ha convinto: innanzitutto alcuni dei personaggi sono monocordi, appena abbozzati, probabilmente perché la mole del libro e la sua autoconclusività non consentono di scavare in profondità. 

In particolare penso ai membri del gruppo di maghi che Levi allena: li conosciamo poco, una fra tutti la misteriosa e ispida Elena, i cui misteri si esauriscono in mezza pagina, appena prima della fine; anche Simone e Diana rimangono nell'ombra. Su Gregorio, invece, si può facilmente rilevare come l'autore abbia fin esagerato nella caratterizzazione: il giovane protagonista ha una cultura da nerd nato negli anni '80, con tanto di fissa per Gaiman (che cita a memoria), Dungeons & Dragons, Buffy, Bob Dylan, solo per citarne alcuni. La sua cultura è un crogiolo ricchissimo e un po' impensabile per un adolescente degli anni dieci, il che lo rende un personaggio interessante, ma poco credibile. 

C'è poi una caratteristica che per me non è un difetto, ma è senz'altro una particolarità: non si capisce bene quale sia il pubblico di riferimento. Sicuramente per essere pensato per un pubblico adolescente è un libro piuttosto problematico: vi sono scene ambientate sul "piano astrale" i cui contenuti sono volutamente controversi, perturbanti, per quanto indubbiamente affascinanti. 

E' un libro che fa riflettere e discutere, probabilmente una delle migliori prove fantasy contemporanee del bel paese. Lo stile è preciso e coinvolgente, ti spinge a voltare pagina, tra la forte presa del contenuto e l'indubbia bellezza della forma. Lo consiglio a tutti coloro che amano il fantasy ma gradirebbero leggere finalmente qualcosa di nuovo, che non si prenda troppo sul serio e omaggi i canoni senza copiare pedissequamente. . 

E secondo me è perfetto per l'estate, perché fornisce una buona dose di spunti di riflessione senza annoiare minimamente.

giovedì 23 luglio 2015

Recensione: "Forse qui potrei vivere" di Valeria Fraccari

Quando e dove l’ho comprato?
Mi è stato gentilmente inviato, su mia richiesta, dalla casa editrice, in formato cartaceo


Quando e dove l’ho letto?
A letto e in giro per la città, sui mezzi pubblici


Che cosa?
Qui forse potrei vivere di Valeria Fraccari, della Biblion Edizioni, autrice e casa editrice a me finora sconosciute


Perché?
L’ho visto recensire in toni entusiastici su “La stamberga dei lettori”, blog autorevole, dei cui collaboratori mi fido molto. Ero in cerca di un gioiellino.

Con che cosa?
Insieme a diversi tomi di glottodidattica (non se ne esce…) a Pierre non esiste di Vargas e a Il giardino dei Finzi-Contini di Bassani.



Autore: Valeria Fraccari
Titolo: Qui forse potrei vivere
Editore: Biblion Edizioni
Pagine: 158
Prezzo: 12 euro
Anno: 2014
Trama: In un liceo di Milano suona la campanella: è l'ultima ora del sabato, la settimana è finita e tutti escono da scuola. Tutti, tranne la professoressa Irene Corti, che quella mattina, in classe, ha letteralmente perso il controllo e il contatto con la realtà. Luca è uno degli studenti di Irene e quella lezione lo ha sconvolto. Anche quando torna a casa, dove lo aspetta la sua difficile storia familiare, non può smettere di pensarci. Nell'arco dei tre giorni in cui si svolge il romanzo, le vicende di Irene e Luca si sviluppano parallelamente, così come dolori e ricordi aprono violentemente varchi nelle esistenze di entrambi, conducendo il lettore nel tempo fragile, intenso e doloroso della scuola e dell'adolescenza.


RECENSIONE

Mi piace pensare di essere una futura insegnante: evidentemente non essere stata ammessa a ben due cicli di percorsi abilitanti di dubbia utilità non ha ancora fiaccato i miei propositi. Nel frattempo ho fatto sporadiche supplenze e corsi di recupero, insegnato italiano L2 agli adulti, lavorato in tutt’altro campo e, tuttavia, nel mio futuro a lungo termine mi vedo in classe, un posto dove ho sempre pensato che mi sentirò bene. Forse perché da studentessa ci stavo tanto bene. 

Queste sono anche, almeno in parte, le motivazioni che spingono la protagonista di questo romanzo, la professoressa Irene, a inseguire il sogno dell’insegnamento, che rimane l’obiettivo principe, prima in potenza e poi in atto, della sua vita. Finché in aula, in un giorno di maggio, non accade qualcosa che rimette in discussione tutto, che la sospinge in una risacca di incertezza e inadeguatezza, un evento spaventoso che la porta a ripercorrere mentalmente tutta la sua vita. 

Un percorso sentimentale fondato su pochi affetti, essenzialmente la figlia Sara e l’amica Bianca, che però negli ultimi tempi ha cominciato a scricchiolare; e tutt'intorno una certa solitudine, tra l’interesse per un collega affascinante, di cui non ricorda il nome, e le giornate scolastiche tutte uguali, via via più pesanti, tra il peso di una colpa inconfessabile e le prime avvisaglie di una crisi vocazionale. 

Contestualmente si sviluppa la vicenda di Luca, allievo di Irene, il solo, forse, a percepire la profondità del disagio della sua professoressa di lettere: lui è un’anima smarrita in una vita famigliare fatta di assenze e non detti. Alla fine sarà l’intersezione tra queste due solitudini a rendere possibile il superamento di un periodo buio per entrambi.

Ecco, ho trovato in questo breve romanzo esattamente quello che mi aspettavo: un piccolo gioiello di bella scrittura, essenziale, puntuale, con belle riflessioni sull’essere insegnanti, sull’essere studenti e soprattutto sull’essere umani. Umani in una dimensione di dialogo con altri esseri umani, in una condivisione di momenti, di saperi e di emozioni. Merita una menzione speciale, senza anticipazioni, il modo in cui la protagonista Irene e la futura migliore amica Bianca si conoscono, ai tempi dell'università, complice una citazione galeotta da Caproni, che poi è quella che dà il (bellissimo) titolo al libro. 

Diciamo che un limite, a livello di percezione soggettiva, può essere che questo libro non mi ha dato nulla di più di quanto mi aspettassi: le aspettative erano alte e sono state ripagate con precisione. Il che mi fa riflettere sull’arma a doppio taglio che possono essere le aspettative: un libro da cui non ti aspetti niente e ti regala un mondo è un’emozione indicibile, un libro che ti suggerisce, già da chiuso, una qualità evidente, per poi “portare a casa il compito” forse, su un piano prettamente edonistico, dà una soddisfazione di tipo diverso, meno entusiastica, più contenuta.

In ogni caso si tratta di un piccolo gioiello che scava in profondità, nella sua semplicità e nella sua estrema e rigorosa coesione. Una bella scoperta. Probabilmente leggerò altro di quest’autrice.

L'AUTRICE



domenica 19 luglio 2015

CinemOssi & Co: Song of the sea, Il racconto dei racconti, Sarà il mio tipo?, Testament of Youth, + Tess dei d'Urbervilles e Disperatamente Romantici

Cari fedelissimi,
mi scuso per i due mesi e passa di assenza: il lavoro e la preparazione di colloqui ed esami vari (alcuni dei quali potrebbero avere importanti ripercussioni sulle mie prossime occupazioni) mi hanno tenuta molto impegnata. Da oggi sono ufficialmente in vacanza e tornerò a scrivere con maggiore regolarità (almeno spero). In questo post voglio segnalarvi un po’ di visioni interessanti, che mi hanno reso questi ultimi mesi molto più sopportabili.


Song of the sea (Tomm Moore, 2014)
E’ un film d’animazione realizzato dal regista irlandese, vincitore dell'Oscar come miglior "cartone", già autore di The secret of Kells (che devo ancora vedere): un autentico capolavoro di estetica e contenuti, una festa per gli occhi e per la mente: leggende irlandesi, ricerca delle proprie radici, storia di formazione condita da un pizzico di magia. Vi sfido a non innamorarvene. Unico cruccio: c’è soltanto in lingua originale con i sottotitoli. Ma ne vale la pena. Procuratevelo. E plauso al distributore che deciderà di portarlo in Italia. Sempre che tale miracolo avvenga.

Il racconto dei racconti (Matteo Garrone, 2015)
Probabilmente vi avevo già detto che, dei tre italianissimi che sono usciti degli ultimi mesi, ho trovato Mia madre di Nanni Moretti una mezza delusione e Youth di Sorrentino piacevole, ma non del tutto riuscito. Ecco, invece Garrone sorprende con un film che segna un unicum nel panorama cinematografico italiano di tutti i tempi e lo fa regalandoci un'opera che è tanto profondamente italiana nel sentire (sia nella scelta letteraria di partenza, Lo cunto de li cunti di Basile, sia nelle splendide location che sono utilizzate) quanto internazionale nell’eleganza della veste e del cast. E profondamente garroniano nei temi prescelti: la deformità, la morbosità, il “mostro” che c’è nell’umano, l’imperscrutabilità delle pulsioni. Bellissimo. L’ho visto al cinema con i miei amici e lo aspetto con ansia in dvd.


Sarà il mio tipo? (Lucas Belvaux, 2014)
Visto al pc a sorpresa e senza troppa convinzione, lo credevo una commedia francese carina e innocua e in effetti tale è la confezione, oltre che l’inizio (professore-scrittore cittadino incontra parrucchiera di provincia, nasce una relazione, tra patemi per la diversità e attrazione). Invece, procedendo verso l’epilogo, si trasforma in qualcosa di diverso, da cui la presunta superiorità intellettuale del professore esce decisamente sconfitta a vantaggio della giovane parrucchiera, ferma, limpida e acuta nel suo pensiero lineare, oltreché inesorabile nelle sue decisioni. Finale amarissimo. Da considerare.


Testament of youth (James Kent, 2015)
Film della BBC tratto dall'autobiografia di Vera Brittain, scrittrice, pacifista e crocerossina durante la Grande Guerra. Una storia di coraggio e tenacia al femminile, uno sguardo obliquo e particolare su un periodo sanguinosissimo del nostro passato, una storia "alternativa" di quei giovani di belle speranze sterminati dalla Prima Guerra Mondiale. Se resistete ai primi venti minuti, che possono erroneamente far pensare a una storia smielata di amori recisi dalla guerra, vi si aprirà un mondo di emozioni forti celebrate in punta di piedi. Personalmente l'ho adorato. Anche questo va visto in inglese, in attesa che LaEffe ce lo mostri in italiano (chissà...)


 

LaEffe

Ho poi scoperto di adorare letteralmente la programmazione (specie quella domenicale) della rete tematica 50 del digitale, LaEffe, gestita da Feltrinelli. Tre le meraviglie che mi hanno tenuto compagnia negli ultimi tempi: la miniserie BBC in due puntate Tess dei d’Urbervilles con Gemma Arterton e Eddie Redmayne nei panni di Tess e Angel (dolente e lancinante quanto il libro) e soprattutto la serie in 6 puntate Disperatamente romantici sulla storia della confraternita dei Preraffaelliti, pittori di genio che sconvolsero con le loro idee la società puritana londinese dell’800. Di questa serie ho apprezzato particolarmente il tentativo di presentare i giovani Millais, Rossetti e Hunt come dei ragazzi di oggi, alle prese con problemi pratici ed emotivi, senza quell’aura di ingessata e inverosimile antichità che spesso affligge questo tipo di produzioni; ricordarci che anche il passato è stato presente giova alla nostra concezione spesso fallace e idealizzata dell’umanità che è passata su questa terra prima di noi. Menzione finale per Io, Jane Austen, trasmesso questa sera, storia degli ultimi mesi di vita dell'autrice: la scelta, piacevolmente poco commerciale, è stata di rappresentarla nella sua lucida pragmaticità, nell'arguzia pungente, nello schietto idealismo appena velato di malinconia che in lei tanto ammiro. 
Uno dei rari i casi in cui vale la pena accendere la tv: sintonizzatevi sul canale 50. Anche voi uomini, anzi, soprattutto voi. Su!


E voi? Cos'avete visto o vedrete quest'estate? Fatemelo sapere. 
Buona estate a tutti, leggete e guardate cose belle. Arriveranno presto recensioni di libri e tante novità.

lunedì 4 maggio 2015

CinemOssi: Mia madre, Una nuova amica, Un amore di gioventù, Il posto delle fragole, Fragole e cioccolato

Eccoci qui, primavera, tempo di fragole (!!!) e di lunghi viaggi in treno, in cui mi trastullo con visioni solinghe e ristoratrici. Vediamo cos’ho combinato nelle ultime settimane.

Mia madre (Nanni Moretti, 2015) CINEMA

Grandi aspettative per questo film, che in più d’uno (Marco Travaglio compreso) hanno additato come il suo film più compiuto, più maturo, finalmente libero dalla funesta aura morettiana che fece affermare a Dino Risi “mi piacerebbe che di tanto in tanto Nanni Moretti uscisse dal film per lasciarmelo guardare” (vado a memoria). Ecco, pur non essendo certamente un brutto film o uno dei suoi peggiori, Mia madre non si configura assolutamente come uno dei suoi film più riusciti: di efficace ho trovato soprattutto la raffigurazione del folle mondo cinematografico (la protagonista, interpretata da Margherita Buy, è una regista), dei tentativi disperati di mostrare la realtà che si scontrano con attori abbaianti ed egocentrici. Meno riuscito il dramma che deriva dal lutto per l’imminente perdita della madre, celebrata come una santa (anche se, da prof, dovrei forse gioire dell’alone sacro con cui la figura salvifica dell’insegnante esce da questo film): rappresentato programmaticamente, con prese di posizione a tratti oscure (il fratello della protagonista, interpretato da Nanni Moretti, si licenzia a causa del lutto) e soprattutto con quest’idea che la protagonista del film sia, anche per la madre, una sorta di mostro da cui tutti scappano. Idea che non è in alcun modo rispecchiata dal personaggio rappresentato sullo schermo. Occasione mancata, a mio modesto parere. Più in ribasso rispetto ad altri suoi film del filone drammatico, primo fra tutti il bellissimo La stanza del figlio

Una nuova amica (François Ozon, 2014) CINEMA
Questo film mi ha del tutto sorpresa: mi aspettavo una delicata commedia francese sul tema dell’omosessualità e invece mi sono trovata davanti a qualcosa di profondamente diverso, che non voglio svelare perché sarebbe veramente difficile non fare spoiler. Vi basti sapere che indaga le radici più profonde, inaspettate e sconcertanti del desiderio, le intersezioni tra amore e amicizia, il rapporto (di rado oggetto di film) tra identità sessuale e orientamento sessuale. Il ritmo è rapido e incalzante e il finale, per quanto non perfetto, è inaspettato e particolare. Bravissimo Romain Duris, che io amo e seguo dai tempi dell’Appartamento Spagnolo (anche se continua a non piacermi fisicamente). Un piccolo gioiello, specie alla luce della solita "francesata carina" che mi aspettavo e che per fortuna non è stato.

Un amore di gioventù (Mia Hansen Lowe, 2011) TRENO
Visto a causa di un equivoco: mi era stato additato come un film di Ozon, di cui avevo appena visto e apprezzato Una nuova amica. Mentre questo qui è della sua compagna Mia Hansen Lowe. E questo, sì, è un film tremendamente francese: delicatamente, in punta di piedi, racconta l’amore adolescenziale e totalizzante di una giovanissima per un suo coetaneo bohémien e giramondo. Il suo viaggio in America Latina interrompe la relazione, che finisce per sfumare nel nulla, mentre la protagonista si iscrive ad Architettura e finisce per instaurare una relazione razionale ed appagante con il suo professore e relatore di tesi. Il tutto fino al rientro in Francia dell’amore di gioventù, che riaccende passioni solo apparentemente sopite. Niente di nuovo sotto il sole, ma la levità con cui tutto è condotto verso un finale tutto meno che concluso è davvero ammirevole; qui le radici del desiderio e dell’amore non si indagano, ma si mostrano senza commenti, in tutta la loro brutale imperscrutabilità. L’insostenibile leggerezza dell’amore totalizzante in un’era in cui l’adolescenza si allunga oltre i trent’anni. 


Il posto delle fragole (Ingmar Bergman, 1957) PC
E qui è in arrivo un classicone immortale: ho frequentato Bergman solo occasionalmente, nelle aule del mio unico esame di storia e critica del cinema all’università. Per dirla sinceramente, non avevo mai visto un suo film nella sua interezza. Così, per conoscerlo finalmente da vicino, ho chiesto agli amici cinefili quale fosse, a loro parere, il suo film migliore. E mi è stato risposto quasi all’unanimità “Il posto delle fragole”. Ed eccomi qui a parlarvene. La storia è nota: un anziano professore deve recarsi da Stoccolma a Lund per ricevere un prestigioso premio alla carriera e, inaspettatamente, decide di viaggiare in auto, in compagnia di sua nuora, con cui ha un rapporto problematico. Questo viaggio on the road assume le dimensioni di un viaggio dell’anima a ritroso nel suo passato, sulle soglie delle scelte fatte e del destino, spesso subito, degli antichi amori e dei rimpianti di una vita. Non avevo dubbi che si trattasse di un capolavoro, ciò che mi ha stupito è stata la modernità assoluta di un film degli anni ’50, le tematiche sempre attuali, il focus puntuale e tagliente sui recessi dell’anima, tra maternità desiderate ed impedite, matrimoni sbagliati, insoddisfazioni silenti e l’avanzare inesorabile verso la morte. Bellissimo, consigliato a tutti, cinefili e non.

Fragola e cioccolato (Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabio, 1994) TRENO

Ancora fragole su questa mia primavera di movimenti. Cercavo un film da vedere in treno, in un pomeriggio uggioso e triste in cui mettermi sulla strada per la Valle D’Aosta sotto la pioggia mi riempiva di malinconia; un caro amico mi ha consigliato questo film cubano, che mi ha traghettata in un mondo per me del tutto sconosciuto, quello della repressione degli intellettuali dissidenti dopo la rivoluzione cubana. Ciò che colpisce di questo film non è tanto il tema della dissidenza (politica e morale) che spinge a frequentarsi un giovane studente universitario castrista appena abbandonato dalla donna amata e un critico letterario omosessuale, quanto com’è affrontato il tema dell’amicizia, questo sentimento misterioso e problematico che qui come altrove racconta di non detti e tradimenti. L'ho adorato. 

sabato 25 aprile 2015

Recensione: Pétronille di Amélie Nothomb

Dove e quando l'ho comprato?
La casa editrice Voland, come ogni anno, me l'ha gentilmente inviato.

Dove e quando l'ho letto?
In un pomeriggio uggioso, a metà tra la biblioteca e il tragitto per andare in piscina.

Che cosa?
Petronille è l'ultimo romanzo di Amelie Nothomb, autrice belga di lingua francese; in Francia è una celebrità, pubblica un libro all'anno da più di vent'anni per Albin Michel ed è una delle autrici letterarie più amate e vendute dei nostri tempi. In Italia è ancora un'autrice di nicchia, il che è ben lungi dal dispiacermi.

Perché?
Ho letto praticamente tutto quello che ha scritto e ho cominciato i primi anni del liceo. E' una delle autrici cui sono, da sempre, più fedele. Nella sua produzione si intrecciano storie fantastico-surreali e un filone autobiografico in cui racconta la sua rocambolesca vita da personaggio. Negli anni, nonostante alcune delusioni, non mi ha mai annoiata. Scrive la parola "pneumatico" in ogni romanzo e dichiara di scrivere per avere la certezza di esistere. Ho avuto anche il piacere di conoscerla, al salone del libro di qualche anno fa. Ricordo con simpatia che, con la sua flemma stralunata, aveva chiesto al mio accompagnatore (un amico più grande di me) se fosse mio padre. Sempre la parola giusta al momento giusto, nella vita come nella scrittura!

Con che cosa?
Insieme a libri di antropologia culturale, manuale di didattica dell'italiano L2 e a L'amante di Marguerite Duras. Non si vede affatto che mi manca Parigi. Proprio no.

Autore: Amélie Nothomb
Titolo: Pétronille
Editore: Voland
Traduttore: Monica Capuani
Collana: Amazzoni
Pagine: 120
Prezzo: 14 euro
Anno: 2015
Trama: La storia di un’amicizia e di una passione. L’amicizia è quella fra due scrittrici, una già affermata e idolatrata dal pubblico e l’altra geniale ma esordiente all’inizio della narrazione: Amélie Nothomb e Pétronille Fanto. Il racconto scandisce i momenti più bizzarri di questo inusuale legame che prende forma e consistenza fra libri, librerie, letteratura e indimenticabili bevute. A unire le due donne infatti, oltre alla scrittura, c’è anche la comune passione per lo champagne.

RECENSIONE

A volte penso che dovrei prendermi una settimana di tempo da trascorrere rileggendo tutti i libri di Amélie: la frequento da talmente tanti anni che i ricordi dei suoi romanzi a volte si mischiano, si confondono, in una girandola colorata di emozioni e immagini. Per essere un'autrice che passa la maggior parte del suo tempo a guardarsi l'ombelico, con un'autoreferenzialità che le si riesce a perdonare soltanto perché è lei, le sue storie hanno sempre una costruzione ad orologeria, una temperie che ti afferra e ti trattiene. Questo Pétronille non fa eccezione, pur collocandosi a mezza via tra il filone fantastico e quello autobiografico, come raramente era successo prima: il nome della protagonista, autrice "maudite" giovanissima, proletaria, semisconosciuta e talentuosa, è fittizio, ma la figura che cela è, con tutta probabilità, una persona reale, che popola la vita dell'autrice.

Pétronille, come tutti i personaggi nothombiani, non ha un nome scelto a caso: è un  arcano e ambiguo, un nome di origine antica (latina, o forse addirittura etrusca) un nome di martiti e sante, ma anche un nome che, nella sua variante Parnel, era caduto in disuso in Cornovaglia, in quando diventato sinonimo di "prostituta". 

La Pétronille del titolo è un amalgama di genio e follia, di lucidità scritta e pragmatica avventatezza: Amélie è quasi trentenne, scrittrice già affermata, quando conosce la sua lettrice Pétronille, mascolina e ancora adolescente, alla presentazione letteraria di un proprio romanzo, per poi invitarla a bere champagne con lei. 

A partire da questo incontro topico si snoda un'amicizia discontinua ma intensa e particolare, in cui Pétronille diviene la compagna di bevute di Amélie: tra reciproche attestazioni di stima autoriale e serate alcoliche a stomaco vuoto, tra improbabili riunioni parentali, trasferte estere (esilarante quella in cui Amélie va ad intervistare Vivienne Westwood) vacanze sulla neve ed esplorazioni del deserto il legame tra le due scrittrici cresce, si intensifica. Fino alla resa dei conti finale, che culmina nella più nothombiana delle risoluzioni.

L'autrice accosta a più riprese la dicotomia tra lei e Pétronille alla formidabile accoppiata Shakespeare-Marlowe, di cui, peraltro, la sua giovane amica è studiosa accanita. 
Già solo per questo ci sarebbe materiale sufficiente per crocifiggerla sull'altare dei vanesi, forse persino degli iconoclasti, ma come al solito non ci si riesce: la sua prosa aguzza e penetrante ti scava dentro e non lascia scampo, si finisce per perdonarle tutto. 
Pétronille, tra gli ultimi, si rivela sicuramente come uno dei suoi romanzi più interessanti, che affronta un'altra delle molteplici declinazioni dell'essere scrittori: dopo il viaggio giapponese della star Amélie di "La nostalgia felice", dopo il rapporto con i lettori in "Una forma di vita", Amélie sceglie di indagare quella che per lei è la più nebulosa e problematica delle relazioni umane, l'amicizia. Ancora di più perché si tratta dell'amicizia tra due scrittrici, con tutti i suoi pericoli e i contraccolpi emotivi; qualcosa di bello e estremamente intenso, come può ben capire chi come me scrive e ha amici scrittori.

Il finale è di comodo, scioccante e forse troppo un deus ex machina, ma a parte ciò Petronille mi è piaciuto davvero tanto e ne consiglio la lettura anche a possibili neofiti della Nothomb. E a tutti i miei amici scrittori, ovviamente.

L'AUTRICE
Figlia di diplomatici, è nata a Kobe, in Giappone, nel 1967. Nel 1992 viene pubblicato in Francia da Albin Michel il suo primo romanzo, Igiene dell’assassino, che diventa il caso letterario dell’anno: 100.000 copie vendute, due riduzioni teatrali, un film. Nelle edizioni tascabili lo stesso romanzo vende altre 125.000 copie. Da quel momento pubblica un romanzo all'anno, fedele alla stessa casa editrice, Albin Michel, come in Italia è fedele alla Voland. Il romanzo Stupore e tremori (Albin Michel 1999) ha venduto in Francia 400.000 copie. Tradotta in 15 lingue, ha ottenuto numerosissimi premi letterari tra cui il Grand Prix du roman de l’Académie Française e il Prix Internet du Livre per Stupore e tremori (da cui è stato tratto anche un film diretto da Alain Corneau), il Prix de Flore per Né di Eva né di Adamo e due volte il Prix du Jury Jean Giono per Le Catilinarie e Causa di forza maggiore. Sin dal suo primo romanzo Amélie Nothomb ha imposto uno stile: sguardo incisivo, spesso impietoso e crudele, umorismo fulmineo, storie originali che ruotano intorno a sentimenti eterni.



domenica 29 marzo 2015

CinemOssi: Rompicapo a New York, Sils Maria, La famiglia Bélier, Una casa alla fine del mondo

Carissimi, settimana pesantissima, un po’ di film visti nei ritagli di tempo, eccoli a voi. 

Come sempre: CINEMA (visti in sala), TV (visti in salotto), PC (visti in cameretta al PC), BIBLIOTECA (col tablet in biblioteca) e TRENO (col tablet tra una trasferta lavorativa e l’altra). E voi? Cos'avete visto questa settimana?

Rompicapo a New York (Cédric Klapish, 2013) PC

E’ stato il mio film della domenica. Non sapevo esistesse, pur essendo uscito da un bel po’, e non so come abbia potuto sfuggirmi, visto che sono molto legata sia al L’appartamento Spagnolo sia al suo pregevole seguito Bambole Russe. Non sono capolavori, ma hanno avuto il pregio di fotografare la prima generazione di europei cittadini del mondo, decentrati, mutevoli, in qualche modo pionieri di un futuro con lo zaino in spalla, con poche certezze, poco senso pratico, spirito d'avventura e tanta voglia di allargare i confini della propria testa e del proprio cuore. Questo è il terzo film della serie e ritroviamo così, 10 anni dopo, i quarantenni Xavier (ormai scrittore affermato), Wendy, Isabelle e Martine, ex erasmus, ex amici, ex fidanzati, sempre e comunque in qualche modo uniti, dopo i figli e le delusioni sentimentali. Il titolo originale è Casse-tête chinois, rompicapo cinese, e forse sarebbe stato meglio tradurlo letteralmente, anche per rendere la continuità con i precedenti. Si riferisce alla routine complicata delle famiglie non tradizionali, di cui questo film è, di fatto, l’emblema, tra la maternità lesbica ricercata da Isabelle, il divorzio di Xavier da Wendy, il suo riavvicinamento a Martine, il tutto nella cornice di New York, la magmatica città dove niente dura per sempre, intrico di culture e di caos esistenziale. Un film che inizialmente mi ha lasciato un po’ l’amaro in bocca, ma che tutto sommato, ragionato a mente fredda, riprende con coerenza i fili lasciati pendere dal precedente senza grandi concessioni all’autoassolvimento. Però alcune cose davvero non mi sono piaciute: l’inverosimiglianza del fatto che, casualmente, tutti i protagonisti, per una ragione o per l’altra, si trovino a decidere di trasferirsi a New York un po’ come se niente fosse, con tutto ciò che comporta burocraticamente ed emotivamente; ma soprattutto il pessimo-pessimo-pessimo doppiaggio italiano, che cambia completamente la voce di Xavier e rimette a Wendy l’insopportabile accento inglese “alla Stanlio e Ollio” che era stato fortunatamente abbandonato nel secondo film. Sono davvero pentita di non averlo visto in francese.

Sils Maria (Olivier Assayas, 2014) TRENO

Probabilmente vedere questo film mentre andavo e venivo dalla montagne mi ha consentito di apprezzarlo ulteriormente. Confesso di averlo semplicemente adorato. Un film ambizioso e riuscito, magnificamente interpretato. Non vi racconto niente della trama, perché la sceneggiatura è interessantissima e la storia va gustata senza informazioni di sorta. Non perché sia un giallo, ma perché la costruzione è veramente originale, un intreccio inestricabile di vita vera e spettacolo, di finzione scenica e tormenti autentici. Per tematiche mi ha parzialmente ricordato Birdman, ma solo come spirito di fondo. Il finale è inatteso e ambiguo, mi confronterei volentieri con chi l’ha visto per avere pareri in proposito, perché è variamente interpretabile. Juliette Binoche non è mai stata così bella e affascinante, neanche quando, giovanissima, recitava ne “Il danno” e il suo inglese è da ammirare. Kristen Stewart si sta degnissimamente emancipando dal post twilight e ci regala il personaggio più controverso di questa storia controversa. Chloe Moretz non mi piace, l’ho già detto e lo ribadisco. Magari cambierò idea, ma per ora continuo a trovarla insopportabile.

La famiglia Belier (Eric Lartigau, 2014) CINEMA

Mia visione del sabato sera al cinema con gli amici: un film di formazione d’impianto americano, con la classica presa di coscienza di un talento, l’iniziale fiducia, poi la sfiducia/il contrasto dei famigliari, la risalita e il successo. Niente di nuovo sotto il sole, se non fosse che la famiglia della protagonista è integralmente sordomuta e decisamente sopra le righe. Le scene ad alto tasso di commozione, veramente ben concepite, non mancano e i personaggi sono davvero graziosi da guardare interagire e il tema della disabilità uditiva è trattato con autoironia e una buona dose di politicamente scorretto. Come creare un prodotto simpatico e a tratti originale pur su un canovaccio logoro e di apparente sterilità. Louane Emera, l’attrice che interpreta Paula, è una star di talent show musicali francesi e ha vinto il Premio César per il migliore esordio femminile dell’anno (ed è, in effetti, molto convincente). 


 
Una casa alla fine del mondo (Michael Meyer, 2004) TV

Tratto dall’omonimo romanzo di Michael Cunningam (che sfortunatamente non ho letto), l’ho rivisto per la prima volta a quasi dieci anni di distanza dalla prima visione. Niente o quasi mi ricordavo, salvo la tremenda scena in cui muore il fratello del protagonista. Storia di un complicato triangolo amoroso ad alto tasso di tragedia, pur messo in scena con molto tatto. Non so perché, ma il ricordo che ne conservavo era forse migliore. Comunque un ottimo Colin Farrell in un ruolo abbastanza anomalo per lui.


domenica 22 marzo 2015

CinemOssi: Laurence Anyways, Suite Francese, Arianna e Broken Flowers

La vostra figura retorica cinemaniaca questa settimana è provata dal passaggio da mezzo lavoro a due (evviva!), il che ha inevitabilmente influito sulla programmazione. Vediamo insieme come sono andati questi ultimi dieci giorni di visioni. Come sempre: CINEMA (visti in sala), TV (visti in salotto), PC (visti in cameretta al PC), BIBLIOTECA (col tablet in biblioteca) e TRENO (col tablet tra una trasferta lavorativa e l’altra).

Laurence Anyways (Xavier Dolan, 2012) (TRENO-BIBLIOTECA)
Probabilmente è il miglior film visto nelle ultime settimane, mi ha conquistata. Premetto che conosco Xavier Dolan da un po’: classe ’89 (è più giovane di me!), canadese del Québec (quindi bilingue, ma con una preponderanza francofona), ha già girato sei film da regista, di alcuni è anche interprete, e quasi sempre è anche montatore, costumista e responsabile delle scelte musicali per le colonne sonore dei suoi film. A tempo perso recita anche in film altrui ed è doppiatore. Ecco. Di suo ho già visto Les amours imaginaires (notevole, anche se l’ho trovato personalmente lento), Tom à la ferme (decisamente inquietante) e Mommy (suo ultimo film e primo giunto in Italia, per cui ho potuto vederlo doppiato, in sala). Mi mancava Laurence Anyways, suo penultimo, e ora che l’ho visto sono felice di aver aspettato tanto, perché è il suo migliore finora, senza alcun dubbio: è una storia d’amore struggente, che va oltre il sesso e l’orientamento sessuale, e racconta la presa di coscienza della propria transessualità da parte di un uomo, insegnante di letteratura e scrittore. E del complicato, intenso e problematico rapporto con la donna della sua vita, che continuerà ad amare riamato, sia pur con alti e bassi, tra la ricerca di una vita più autentica e il desiderio di essere come tutti. Un film che sembra parlare di una realtà lontanissima ed estrema, ma è in realtà uno specchio impietoso di tutte le nostre gabbie mentali, delle nostre aspirazioni soffocate. E’ un po’ difficile da trovare, ma se riuscite recuperatelo. Io l’ho veramente adorato. Se vi piace Wong Kar Wai troverete qualcosa anche di lui. Visto in lingua originale (francese di base, con qualche infiltrazione di inglese).


Suite Francese (Saul Dibb, 2015) CINEMA
Conosco Irène Némirovsky solo di fama e stranamente, visto che il suo libro Suite Francese, da cui questo film è tratto, io non l’ho mai letto. Dico stranamente perché, da quando fu scoperto nel 2004 (pur essendo stato scritto negli anni ’40), è diventato un best-seller mondiale, forse il libro più venduto della casa editrice Adelphi degli ultimi anni. Forse proprio perché tutti ne parlavano non mi attirava più di tanto. Anche se la storia di contorno è di quelle che restano impresse: Irène Némirovsky sta scrivendo il suo capolavoro, viene deportata e muore ad Auschwitz nel 1942. Cinquant’anni dopo sua figlia riscopre in una borsa il manoscritto incompiuto, che viene pubblicato con il successo che sappiamo. Ecco, questo è l’antefatto, che viene raccontato alla fine del film, prima dei titoli di coda, mentre sullo sfondo scorrono le pagine del manoscritto originale (trovata geniale e meravigliosa).
Una storia profondamente umana, di tragici non detti, della fatica di vivere che incontra la mannaia della storia, quando una guarnigione di soldati nazisti si installa in un paesino della Francia occupata seminando terrore e portando alla luce tutti i nervi scoperti di una comunità in cui ancora vigono equilibri di potere quasi feudali. Tra gli abusi dei notabili locali, quelli dei nazisti e le piccole vendette dei subalterni, un soldato musicista tedesco e una benestante donna francese si scoprono simili e si amano, nonostante tutto. Cast indovinato: bravissima Michelle Williams, fintamente gelido Matthias Schoenaerts, perfetta nella sua aristocratica contraddittorietà Kristin Scott Thomas (nel ruolo della suocera della protagonista, classista e tirannica, ma capace di autentici atti di coraggio). Forse leggermente prolisso in alcuni passaggi, ma per il resto realmente emozionante.

Arianna (Billy Wilder, 1957) PC
Consigliato da un amico cinefilo per fare un confronto con il personaggio interpretato da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (che ho recentemente rivisto), ho visto questo film di Billy Wilder, uno dei pochi a me ignoti della sua filmografia (personalmente i miei preferiti sono L’appartamento e Sabrina).  Di difficile reperibilità, mi sono dovuta adattare a guardarlo in spagnolo con i relativi sottotitoli (sono una filologa della domenica, ma tanto lo sapevate già!), il che forse me l’ha fatto percepire con un’aura da telenovela sudamericana che in originale sicuramente non ha, per quanto le situazioni buffe e surreali non manchino. L’ho trovato carino, con trovate interessanti e personaggi sicuramente iconici, dal playboy Gary Cooper al padre investigatore, forse la figura più particolare e divertente. Lontano, però, dagli altri capolavori di Wilder, almeno secondo me.

Broken Flowers (Jim Jarmusch, 2005) TV

Ho visto questo film in salotto con mia mamma, entrambe eravamo inconsapevoli di essere incappate in un film d’autore e non in una commedia brillante. Adoriamo Bill Murrey, che qui è al suo meglio di cinicità e flemma scazoide. In Broken flowers interpreta un ex playboy che viene contattato da una ex amante, la quale gli notifica di aver avuto un figlio da lui e che questo figlio lo sta cercando. Spinto dal vicino di casa col pallino per l’investigazione parte per un viaggio attraverso l’America, visitando quattro donne che potrebbero essere la ex misteriosa e madre di suo figlio. Anticipo che quasi tutte le domande dello spettatore resteranno senza risposta e che forse tutto sommato è meglio così. Mia mamma è rimasta solennemente frustrata da questo film, mentre a me questa struttura lenta, con tanti tempi morti, è piaciuta tantissimo. Una riflessione a tutto tondo su vari cliché della società americana: ognuna di queste donne è un caso paradigmatico, uno stereotipo che viene messo in discussione; abbiamo la madre single hippy, la moglie modello-casalinga disperata, la ex avvocatessa convertita in psicoterapeuta per animali da compagnia e la fattona che vive in roulotte. Il viaggio del protagonista è un un itinerario dell’anima che gli fa comprendere l’assolutezza del presente, la sola cosa reale, dato che il passato è una terra straniere e il futuro è ignoto.  Da recuperare, ammesso che vi piacciano i ritmi cadenzati, i tempi morti e i film privi di risposte. 

mercoledì 11 marzo 2015

CinemOssi: Vizio di forma, Laggies, Ida e 21 grammi

Dunque eccomi, pronta per questa seconda settimana di CinemOssi.

Alle solite etichette CINEMA (film visti in sala), TV (visti sulla tv del soggiorno con i miei famigliari) e PC (visti in camera caritatis nella mia stanza) si aggiunge una quarta etichetta, TRENO (la vostra Ossi in questo periodo lavora in un’altra regione, ragion per cui “pendola” su e giù col treno e usa un tablet da pochi euro sottratto indebitamente alla sua genitrice per poter far fruttare anche cinematograficamente il tempo del viaggio).

E voi? Ditemi nei commenti che cos’avete visto questa settimana.

Vizio di forma (Paul Thomas Anderson, 2014) CINEMA
Ho visto questo film consapevole del rischio che correvo: 148 minuti di una storia tra il grottesco e l’underground che poteva tranquillamente schifarmi o peggio mandarmi in coma. Il regista lo conosco più di fama che per diretta visione (ho visto pezzi vaganti di Magnolia e Il petroliere) e l’autore da cui è tratta la sceneggiatura (Pynchon), l’ho sempre evitato, nonostante sia uno degli autori feticcio di alcuni cari amici. Per cui sono partita con quella curiosità un po’ perversa che ti prende quando sai già che una cosa non ti piacerà, ma la affronti con una certa curiosità di capire il perché. E fu così che invece Vizio di forma, pur non essendo un capolavoro, mi piacque tantissimo, stupendomi ad ogni passaggio, ad ogni dialogo, ad ogni trovata assurda: è underground, è postmoderno, è hippy, è inverosimile, è grottesco, è sopra le righe, è strafatto. Il film come il personaggio protagonista, un detective fattone sonnolento e inaspettatamente argutissimo, magistralmente interpretato da Joaquin Phoenix, uno dei miei attori preferiti di tutti i tempi. Niente, l’ho amato: mi ha stralunata, sorpresa, sconvolta, confusa, illuminata, ma soprattutto divertita, con questo film si ride tantissimo; confesso che non mi sono mai fatta una canna, ma penso che la visione di questo film dia come effetto finale proprio quello. Tantissime le sequenze memorabili: dai dialoghi assolutamente geniali tra il protagonista e il poliziotto Big Foot, il surreale ed esilarante racconto della storia d’amore tra due spacciatori di eroina interpretati da Owen Wilson e Jena Malone, la scena nel centro massaggi cinese, la sequenza amorosa “dilazionata” tra il protagonista e la sua amata, i look improbabili di alcuni personaggi e i loro nomi parlanti. Una lucida e ciondolante confusione in bilico tra realtà e follia. Notine negative solo per qualche perdonabile lungaggine nella parte centrale. Dategli una chance!

Laggies (Lynn Shelton, 2014) TRENO
Quando ho letto nella trama “La ventottenne Megan sembra bloccata in uno stato di adolescenza permanente. Incapace di trovare il lavoro della sua vita, uscendo sempre con gli stessi amici e vivendo con il fidanzato del liceo”, mi sono detta “è la storia della mia vita, devo vederlo”. In realtà, a differenza della sottoscritta, la protagonista è un’adolescente solo per scelta, tuttavia la sua parabola di crescita è una storia di formazione tutt’altro che scontata: aldilà del finale, che è abbastanza telefonato, le riflessioni di Megan non sono banali, l’ansia che pervade la difficile fase del definitivo distacco dalla postadolescenza per accedere all’età adulta (che sempre più si colloca a ridosso dei trenta) è resa verosimilmente, pur senza eccedere in finezza. Così come la necessità di distaccarsi almeno un po’ da ciò che si è sempre avuto, sull’importanza di abbracciare nuove prospettive e costruirsi nuovi occhi per valutare la propria realtà da altri punti di vista. Intrattenimento godibile, ottima visione da treno. Visto in lingua originale.
Due sole domande per i miei lettori: solo io non impazzisco per Chloe Moretz? E soprattutto, che vuol dire Laggies? Qualcuno mi illumini, per piacere piacerissimo.



Ida (Paweł Pawlikowski, 2013) PC
Questo film polacco si è portato a casa la statuetta come miglior film straniero, quest’anno. Una storia intimista, in bianco e nero, protagonista una novizia orfana che viene mandata a conoscere la realtà fuori dal convento affinché sperimenti la vita mondana prima di prendere il velo. La storia di una presa di coscienza sussurrata, complici una zia libertina e depressa, un bel sassofonista e soprattutto un’atroce rivelazione sulla sua infanzia e sulla morte dei genitori. Finale forse prevedibile, ma perfetto. Non è un film che mi abbia bucato il cuore, ma la sua efficacia minimale e l’interpretazione in punta di piedi della protagonista colpiscono.



21 grammi (Alejandro González Iñárritu, 2003) PC
Continua la mia tardiva esplorazione del regista messicano che mi ha colpita con Birdman e fatta innamorate con Amores Perros. Questo 21 grammi è il secondo volume della trilogia della morte, inaugurata appunto da Amores Perros e che con questo film condivide una lunga sequela di disgrazie raccontate in un pastiche temporale che snocciola gli eventi procedendo avanti e indietro sulla linea del tempo, continuamente. Il confronto con il primo, tuttavia, secondo me non regge: pur magnificamente interpretato (Sean Penn, Naomi Watts, Benicio Del Toro, impossibile decretare chi sia il migliore) e diretto con una crudezza che, da materiale che era nel primo film, qui si fa più psicologica, tuttavia non raggiunge la compattezza d’intenti di Amores Perros e alla fine lascia lancinanti e insoddisfatti. Non delusi, ma essenzialmente tristi e irrisolti: il discorso finale della voce over sul valore della vita umana non riesce comunque a cancellare 120 minuti di pura cupezza, morte, destino avverso e pessimismo ben poco eroico. Ok, si chiama trilogia della morte e io non sono certo un’amante delle favolette a lieto fine, però qui si superano i livelli di guardia. Sono maggiormente fiduciosa su Babel.