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venerdì 4 dicembre 2015

Reportage CinemOssi al TFF 2015: Suffragette, Antonia, Brooklyn, Just Jim, John From, etc

Carissimi,
innanzitutto mi scuso per l’assenza: negli ultimi quattro mesi la mia vita è stata decisamente complicata, tra un viaggio a New York, una supplenza di italiano molto full time in un professionale per stilisti e l’inizio di un dottorato di ricerca in linguistica. Spero vivamente di riuscire a conciliare tutti i miei impegni in modo da ritagliarmi del tempo anche per continuare con i miei articoli. Dunque, nell’ultima settimana ho avuto modo di vedere un po’ di film al Torino Film Festival di quest’anno: stavolta non ho fatto l’addetta stampa, ma sono riuscita comunque a vedere ben sette film.
Anzi, diciamo sei e mezzo. Ora scoprirete perché. La mia impressione generale è stata più che positiva: davvero parecchi dei film che ho visto hanno soddisfatto e in certi casi persino superato le mie aspettative.


Suffragette (Sarah Gavron, UK, 2015)
Grande attesa per questo film, che, pur rilevatosi assai diverso da come me l'aspettavo, si è fatto apprezzare proprio per queste particolarità: la storia principale segue la presa di coscienza di una placida sottoproletaria, dapprima scettica di fronte al suffragismo, lavoratrice in fabbrica dall’età di sette anni, sposata con un uomo altrettanto comune e madre di un bimbo. Già il movimento suffragista è tema ben raro da trovare nei film, ma che la prospettiva adottata sia così orgogliosamente “dal basso” lo rende davvero un unicum nel suo genere: il buon senso, l’altruismo, la tenacia della protagonista (una sciatta quanto coinvolta Carey Mulligham) rendono lo spettatore partecipe del suo dramma umano, della forza della sua convinzione nel cercare, per tentativi e con difficoltà, un nuovo modo, più consapevole, di essere donna, moglie e madre nella spinosa Inghilterra dell’inizio del XX secolo. I titoli di coda ci ricordano che il diritto di voto è ancora utopia in tante nazioni nella terra (e che in Svizzera le donne votano solo dal 1977!!!). Cameo per Meryl Streep nei panni della vera femminista Emmeline Pankhurst.


Antonia (Ferdinando Cito Filomarino, Italia, 2015)
Ecco, questo è il film del festival nei confronti del quale nutrivo meno aspettative, forse perché l’accoppiata “biopic” e “italiano” molto di rado produce qualcosa di più che scolastico o scontato, specie se la vita raccontata è quella di un letterato. Invece vi anticipo che questo si è rivelato il miglior film della rassegna, almeno tra quelli che ho visto io. Qui protagonista è la poetessa Antonia Pozzi, milanese, perlopiù ignota anche agli addetti ai lavori: sulle antologie il suo nome ricorre solo in quanto contemporanea e amica di Vittorio Sereni. Ha avuto una vita breve, illuminata dal fuoco della poesia e scossa da violenti attacchi di male di vivere che l’hanno poi portata al suicidio (avvenuto a 26 anni), ma per il resto, nelle sue esperienze, possiamo riconoscerci un po’ tutti: il liceo classico, l’amore per il suo professore di lettere, poi l’università, la tesi su Flaubert, i primi incarichi da insegnante, l’attaccamento ai suoi compagni di studi, gli amori non corrisposti. Una vita piccola, vissuta in punta di piedi tra la sua grande casa di Milano e la pace delle montagne sopra Lecco. Un film fine, coraggioso, con una fotografia incantevole e una regia davvero elegante (oltreché giovanissima, classe 1986): punti di vista bizzarri e geniali, come dialoghi sentiti di lontano, dietro le porte a vetri del soggiorno di Antonia, conversazioni allo specchio e un indugiare sempre delicato sull’intimità più profonda della protagonista, sorpresa a fare autoerotismo come a leggere l’Odissea in greco. Il cast di attori non noti, ma tutti professionisti del teatro, è una scelta vincente per cui questo progetto meriterebbe applausi a prescindere dal risultato, che è in ogni caso davvero pregevole. Non vedo l’ora che esca in chiaro (sperando che tale miracolo abbia luogo e presto) per portarci gli amici, letterati e non.


Me and Earl and the dying girl (Alfonso Gomez-Rejon, USA, 2015)
Una commedia indipendente giovanilistica americana “che più Sundance di così non si può”: scorretta, originale, fresca e ben recitata. C’è pure un cancro di mezzo, ma non è un film sul cancro e sugli adolescenti che muoiono, piuttosto sul saper far fruttare il tempo e sull’imparare a incanalare la propria atipicità in un percorso di crescita che sviluppi l’intelligenza emotiva, su come restare speciali senza diventare per forza degli apatici anaffettivi. Alcune scene sono esilaranti e i personaggi si distinguono tutti per eccentricità, forse fin troppo. In ogni caso decisamente godibile.

Uns geht es gut (Henri Steinmetz, Germania, 2015)
Solitamente, specie se ho pagato un biglietto specifico, mando giù di tutto e resisto fino alla fine. Qui non ce l’ho fatta, sono uscita dopo un’oretta. I dialoghi sono agonizzanti e perlopiù insensati, la trasgressione fine a se stessa dei giovani protagonisti (la cui occupazione è bighellonare senza meta facendo cose a metà tra lo schifoso e l’inutile, ma più sul versante dell’inutile) è a dir poco irritante. Dominano scene al rallentatore, inquadrature su bicchieri che cadono, ragazzi che orinano, grugniti in una lingua che del tedesco ha poco. Un tentativo poraccio di teutonicamente scimmiottare Arancia Meccanica, fallito.

Just Jim (Craig Roberts, UK, 2015)
Opera prima del giovane Craig Roberts, già protagonista del carinissimo Submarine, che qui dirige se stesso e Emile Hirsch in una commedia adolescenziale surreale ambientata in Galles: il protagonista è un recluso sociale, di una sfigataggine davvero mai vista sullo schermo. La sua triste vita solitaria, ritratta nella prima parte del film, assume dimensioni tragicomiche che sfiorano l’epicità in alcune sequenze (da antologia quella in cui i genitori sbagliano il numero di anni che il figlio sta per compiere e per giunta nessuno si presenta alla sua festa di compleanno). Ancora più divertente e folle nella parte centrale, con la comparsa di un ragazzo americano “cool”, interpretato da Emile Hirsch, che cerca di riprogrammare Jim per farlo diventare popolare. Peccato il finale assurdo, totalmente svincolato dal contesto. Ma per il resto un’ottima prova. Simpaticissimo il regista (classe 1991), che era presente in sala e ha fatto battute a raffica nella sua autopresentazione.

Brooklyn (John Crowley, Irlanda, 2015)
Avevo altissime aspettative per questo film e la visione mi ha completamente soddisfatta: un melodramma di formazione a tematica migratoria, fortemente incentrato sullo sradicamento e sui contraccolpi emotivi della lontananza. Il tutto raccontato attraverso le emozioni, l’impegno, la tenacia e la forza di una ragazza irlandese (interpretata dalla delicatissima Saoirse Ronan): la fatica di crescere, vivere e amare in un nuovo mondo globale, in una dimensione estesa che obbliga a guardare oltre se stessi e il proprio contesto d’origine per abbracciare una visione più ampia. Quella visione che è poi, con il suo meltin pot, l’essenza stessa di un’America figlia della struggle for life degli immigrati. Poi, ciliegina sulla torta, per una volta gli immigrati italiani fanno una gran bella figura in un film anglosassone. Menzione d'onore al costumista: gli Irlandesi vestono molto male e in questo film, realisticamente, non fa sconti a nessuno. Momento nostalgia quando i protagonisti fanno il bagno a Coney Island, dove sono stata anche io pochi mesi fa. Felice e ansiosa di rivederlo canonicamente al cinema questa primavera. 

John from (Joau Nicolau, Portogallo, 2015)
Ecco, questo è forse il film più particolare che mi sia capitato quest’anno al festival: candidato portoghese al concorso del TFF, è la storia, statica e assolata, dell’estate cittadina di un’adolescente con le turbe ormonali che ammazza il tempo ciondolando per il quartiere con la sua migliore amica, senza molto da fare. Tutto finché non compare, quasi magicamente, un affascinante vicino di casa, ragazzo padre, fotografo-artista specializzato sull’Oceania. Una mostra di foto a tema melanesiano colpisce la fantasia della protagonista, che comincia a dipingersi viso e corpo con colori tribali, nonché a sognare distese di foreste pluviali nel suo quartiere, nuvole tossiche e atterraggi di aerei. Il film assume dunque una dimensione quasi onirica, in cui a riunioni di condominio si alternano visioni di indigeni oceanici. John From è il nome che i melanesiani davano ai cargo degli americani, oggetto di culto e venerazione, che lanciavano loro viveri durante la guerra. Tematica affascinante per chi, come me, ha studiato antropologia oceanica e si interessa da anni di culture dei mari del sud, tuttavia il film, considerato anche nel suo ritmo, risente di una certa lentezza.


E voi? Quali film avete visto al TFF? Quali di questi film attendete con ansia nelle sale? Aspetto i vostri commenti!

domenica 19 luglio 2015

CinemOssi & Co: Song of the sea, Il racconto dei racconti, Sarà il mio tipo?, Testament of Youth, + Tess dei d'Urbervilles e Disperatamente Romantici

Cari fedelissimi,
mi scuso per i due mesi e passa di assenza: il lavoro e la preparazione di colloqui ed esami vari (alcuni dei quali potrebbero avere importanti ripercussioni sulle mie prossime occupazioni) mi hanno tenuta molto impegnata. Da oggi sono ufficialmente in vacanza e tornerò a scrivere con maggiore regolarità (almeno spero). In questo post voglio segnalarvi un po’ di visioni interessanti, che mi hanno reso questi ultimi mesi molto più sopportabili.


Song of the sea (Tomm Moore, 2014)
E’ un film d’animazione realizzato dal regista irlandese, vincitore dell'Oscar come miglior "cartone", già autore di The secret of Kells (che devo ancora vedere): un autentico capolavoro di estetica e contenuti, una festa per gli occhi e per la mente: leggende irlandesi, ricerca delle proprie radici, storia di formazione condita da un pizzico di magia. Vi sfido a non innamorarvene. Unico cruccio: c’è soltanto in lingua originale con i sottotitoli. Ma ne vale la pena. Procuratevelo. E plauso al distributore che deciderà di portarlo in Italia. Sempre che tale miracolo avvenga.

Il racconto dei racconti (Matteo Garrone, 2015)
Probabilmente vi avevo già detto che, dei tre italianissimi che sono usciti degli ultimi mesi, ho trovato Mia madre di Nanni Moretti una mezza delusione e Youth di Sorrentino piacevole, ma non del tutto riuscito. Ecco, invece Garrone sorprende con un film che segna un unicum nel panorama cinematografico italiano di tutti i tempi e lo fa regalandoci un'opera che è tanto profondamente italiana nel sentire (sia nella scelta letteraria di partenza, Lo cunto de li cunti di Basile, sia nelle splendide location che sono utilizzate) quanto internazionale nell’eleganza della veste e del cast. E profondamente garroniano nei temi prescelti: la deformità, la morbosità, il “mostro” che c’è nell’umano, l’imperscrutabilità delle pulsioni. Bellissimo. L’ho visto al cinema con i miei amici e lo aspetto con ansia in dvd.


Sarà il mio tipo? (Lucas Belvaux, 2014)
Visto al pc a sorpresa e senza troppa convinzione, lo credevo una commedia francese carina e innocua e in effetti tale è la confezione, oltre che l’inizio (professore-scrittore cittadino incontra parrucchiera di provincia, nasce una relazione, tra patemi per la diversità e attrazione). Invece, procedendo verso l’epilogo, si trasforma in qualcosa di diverso, da cui la presunta superiorità intellettuale del professore esce decisamente sconfitta a vantaggio della giovane parrucchiera, ferma, limpida e acuta nel suo pensiero lineare, oltreché inesorabile nelle sue decisioni. Finale amarissimo. Da considerare.


Testament of youth (James Kent, 2015)
Film della BBC tratto dall'autobiografia di Vera Brittain, scrittrice, pacifista e crocerossina durante la Grande Guerra. Una storia di coraggio e tenacia al femminile, uno sguardo obliquo e particolare su un periodo sanguinosissimo del nostro passato, una storia "alternativa" di quei giovani di belle speranze sterminati dalla Prima Guerra Mondiale. Se resistete ai primi venti minuti, che possono erroneamente far pensare a una storia smielata di amori recisi dalla guerra, vi si aprirà un mondo di emozioni forti celebrate in punta di piedi. Personalmente l'ho adorato. Anche questo va visto in inglese, in attesa che LaEffe ce lo mostri in italiano (chissà...)


 

LaEffe

Ho poi scoperto di adorare letteralmente la programmazione (specie quella domenicale) della rete tematica 50 del digitale, LaEffe, gestita da Feltrinelli. Tre le meraviglie che mi hanno tenuto compagnia negli ultimi tempi: la miniserie BBC in due puntate Tess dei d’Urbervilles con Gemma Arterton e Eddie Redmayne nei panni di Tess e Angel (dolente e lancinante quanto il libro) e soprattutto la serie in 6 puntate Disperatamente romantici sulla storia della confraternita dei Preraffaelliti, pittori di genio che sconvolsero con le loro idee la società puritana londinese dell’800. Di questa serie ho apprezzato particolarmente il tentativo di presentare i giovani Millais, Rossetti e Hunt come dei ragazzi di oggi, alle prese con problemi pratici ed emotivi, senza quell’aura di ingessata e inverosimile antichità che spesso affligge questo tipo di produzioni; ricordarci che anche il passato è stato presente giova alla nostra concezione spesso fallace e idealizzata dell’umanità che è passata su questa terra prima di noi. Menzione finale per Io, Jane Austen, trasmesso questa sera, storia degli ultimi mesi di vita dell'autrice: la scelta, piacevolmente poco commerciale, è stata di rappresentarla nella sua lucida pragmaticità, nell'arguzia pungente, nello schietto idealismo appena velato di malinconia che in lei tanto ammiro. 
Uno dei rari i casi in cui vale la pena accendere la tv: sintonizzatevi sul canale 50. Anche voi uomini, anzi, soprattutto voi. Su!


E voi? Cos'avete visto o vedrete quest'estate? Fatemelo sapere. 
Buona estate a tutti, leggete e guardate cose belle. Arriveranno presto recensioni di libri e tante novità.

lunedì 4 maggio 2015

CinemOssi: Mia madre, Una nuova amica, Un amore di gioventù, Il posto delle fragole, Fragole e cioccolato

Eccoci qui, primavera, tempo di fragole (!!!) e di lunghi viaggi in treno, in cui mi trastullo con visioni solinghe e ristoratrici. Vediamo cos’ho combinato nelle ultime settimane.

Mia madre (Nanni Moretti, 2015) CINEMA

Grandi aspettative per questo film, che in più d’uno (Marco Travaglio compreso) hanno additato come il suo film più compiuto, più maturo, finalmente libero dalla funesta aura morettiana che fece affermare a Dino Risi “mi piacerebbe che di tanto in tanto Nanni Moretti uscisse dal film per lasciarmelo guardare” (vado a memoria). Ecco, pur non essendo certamente un brutto film o uno dei suoi peggiori, Mia madre non si configura assolutamente come uno dei suoi film più riusciti: di efficace ho trovato soprattutto la raffigurazione del folle mondo cinematografico (la protagonista, interpretata da Margherita Buy, è una regista), dei tentativi disperati di mostrare la realtà che si scontrano con attori abbaianti ed egocentrici. Meno riuscito il dramma che deriva dal lutto per l’imminente perdita della madre, celebrata come una santa (anche se, da prof, dovrei forse gioire dell’alone sacro con cui la figura salvifica dell’insegnante esce da questo film): rappresentato programmaticamente, con prese di posizione a tratti oscure (il fratello della protagonista, interpretato da Nanni Moretti, si licenzia a causa del lutto) e soprattutto con quest’idea che la protagonista del film sia, anche per la madre, una sorta di mostro da cui tutti scappano. Idea che non è in alcun modo rispecchiata dal personaggio rappresentato sullo schermo. Occasione mancata, a mio modesto parere. Più in ribasso rispetto ad altri suoi film del filone drammatico, primo fra tutti il bellissimo La stanza del figlio

Una nuova amica (François Ozon, 2014) CINEMA
Questo film mi ha del tutto sorpresa: mi aspettavo una delicata commedia francese sul tema dell’omosessualità e invece mi sono trovata davanti a qualcosa di profondamente diverso, che non voglio svelare perché sarebbe veramente difficile non fare spoiler. Vi basti sapere che indaga le radici più profonde, inaspettate e sconcertanti del desiderio, le intersezioni tra amore e amicizia, il rapporto (di rado oggetto di film) tra identità sessuale e orientamento sessuale. Il ritmo è rapido e incalzante e il finale, per quanto non perfetto, è inaspettato e particolare. Bravissimo Romain Duris, che io amo e seguo dai tempi dell’Appartamento Spagnolo (anche se continua a non piacermi fisicamente). Un piccolo gioiello, specie alla luce della solita "francesata carina" che mi aspettavo e che per fortuna non è stato.

Un amore di gioventù (Mia Hansen Lowe, 2011) TRENO
Visto a causa di un equivoco: mi era stato additato come un film di Ozon, di cui avevo appena visto e apprezzato Una nuova amica. Mentre questo qui è della sua compagna Mia Hansen Lowe. E questo, sì, è un film tremendamente francese: delicatamente, in punta di piedi, racconta l’amore adolescenziale e totalizzante di una giovanissima per un suo coetaneo bohémien e giramondo. Il suo viaggio in America Latina interrompe la relazione, che finisce per sfumare nel nulla, mentre la protagonista si iscrive ad Architettura e finisce per instaurare una relazione razionale ed appagante con il suo professore e relatore di tesi. Il tutto fino al rientro in Francia dell’amore di gioventù, che riaccende passioni solo apparentemente sopite. Niente di nuovo sotto il sole, ma la levità con cui tutto è condotto verso un finale tutto meno che concluso è davvero ammirevole; qui le radici del desiderio e dell’amore non si indagano, ma si mostrano senza commenti, in tutta la loro brutale imperscrutabilità. L’insostenibile leggerezza dell’amore totalizzante in un’era in cui l’adolescenza si allunga oltre i trent’anni. 


Il posto delle fragole (Ingmar Bergman, 1957) PC
E qui è in arrivo un classicone immortale: ho frequentato Bergman solo occasionalmente, nelle aule del mio unico esame di storia e critica del cinema all’università. Per dirla sinceramente, non avevo mai visto un suo film nella sua interezza. Così, per conoscerlo finalmente da vicino, ho chiesto agli amici cinefili quale fosse, a loro parere, il suo film migliore. E mi è stato risposto quasi all’unanimità “Il posto delle fragole”. Ed eccomi qui a parlarvene. La storia è nota: un anziano professore deve recarsi da Stoccolma a Lund per ricevere un prestigioso premio alla carriera e, inaspettatamente, decide di viaggiare in auto, in compagnia di sua nuora, con cui ha un rapporto problematico. Questo viaggio on the road assume le dimensioni di un viaggio dell’anima a ritroso nel suo passato, sulle soglie delle scelte fatte e del destino, spesso subito, degli antichi amori e dei rimpianti di una vita. Non avevo dubbi che si trattasse di un capolavoro, ciò che mi ha stupito è stata la modernità assoluta di un film degli anni ’50, le tematiche sempre attuali, il focus puntuale e tagliente sui recessi dell’anima, tra maternità desiderate ed impedite, matrimoni sbagliati, insoddisfazioni silenti e l’avanzare inesorabile verso la morte. Bellissimo, consigliato a tutti, cinefili e non.

Fragola e cioccolato (Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabio, 1994) TRENO

Ancora fragole su questa mia primavera di movimenti. Cercavo un film da vedere in treno, in un pomeriggio uggioso e triste in cui mettermi sulla strada per la Valle D’Aosta sotto la pioggia mi riempiva di malinconia; un caro amico mi ha consigliato questo film cubano, che mi ha traghettata in un mondo per me del tutto sconosciuto, quello della repressione degli intellettuali dissidenti dopo la rivoluzione cubana. Ciò che colpisce di questo film non è tanto il tema della dissidenza (politica e morale) che spinge a frequentarsi un giovane studente universitario castrista appena abbandonato dalla donna amata e un critico letterario omosessuale, quanto com’è affrontato il tema dell’amicizia, questo sentimento misterioso e problematico che qui come altrove racconta di non detti e tradimenti. L'ho adorato. 

mercoledì 11 marzo 2015

CinemOssi: Vizio di forma, Laggies, Ida e 21 grammi

Dunque eccomi, pronta per questa seconda settimana di CinemOssi.

Alle solite etichette CINEMA (film visti in sala), TV (visti sulla tv del soggiorno con i miei famigliari) e PC (visti in camera caritatis nella mia stanza) si aggiunge una quarta etichetta, TRENO (la vostra Ossi in questo periodo lavora in un’altra regione, ragion per cui “pendola” su e giù col treno e usa un tablet da pochi euro sottratto indebitamente alla sua genitrice per poter far fruttare anche cinematograficamente il tempo del viaggio).

E voi? Ditemi nei commenti che cos’avete visto questa settimana.

Vizio di forma (Paul Thomas Anderson, 2014) CINEMA
Ho visto questo film consapevole del rischio che correvo: 148 minuti di una storia tra il grottesco e l’underground che poteva tranquillamente schifarmi o peggio mandarmi in coma. Il regista lo conosco più di fama che per diretta visione (ho visto pezzi vaganti di Magnolia e Il petroliere) e l’autore da cui è tratta la sceneggiatura (Pynchon), l’ho sempre evitato, nonostante sia uno degli autori feticcio di alcuni cari amici. Per cui sono partita con quella curiosità un po’ perversa che ti prende quando sai già che una cosa non ti piacerà, ma la affronti con una certa curiosità di capire il perché. E fu così che invece Vizio di forma, pur non essendo un capolavoro, mi piacque tantissimo, stupendomi ad ogni passaggio, ad ogni dialogo, ad ogni trovata assurda: è underground, è postmoderno, è hippy, è inverosimile, è grottesco, è sopra le righe, è strafatto. Il film come il personaggio protagonista, un detective fattone sonnolento e inaspettatamente argutissimo, magistralmente interpretato da Joaquin Phoenix, uno dei miei attori preferiti di tutti i tempi. Niente, l’ho amato: mi ha stralunata, sorpresa, sconvolta, confusa, illuminata, ma soprattutto divertita, con questo film si ride tantissimo; confesso che non mi sono mai fatta una canna, ma penso che la visione di questo film dia come effetto finale proprio quello. Tantissime le sequenze memorabili: dai dialoghi assolutamente geniali tra il protagonista e il poliziotto Big Foot, il surreale ed esilarante racconto della storia d’amore tra due spacciatori di eroina interpretati da Owen Wilson e Jena Malone, la scena nel centro massaggi cinese, la sequenza amorosa “dilazionata” tra il protagonista e la sua amata, i look improbabili di alcuni personaggi e i loro nomi parlanti. Una lucida e ciondolante confusione in bilico tra realtà e follia. Notine negative solo per qualche perdonabile lungaggine nella parte centrale. Dategli una chance!

Laggies (Lynn Shelton, 2014) TRENO
Quando ho letto nella trama “La ventottenne Megan sembra bloccata in uno stato di adolescenza permanente. Incapace di trovare il lavoro della sua vita, uscendo sempre con gli stessi amici e vivendo con il fidanzato del liceo”, mi sono detta “è la storia della mia vita, devo vederlo”. In realtà, a differenza della sottoscritta, la protagonista è un’adolescente solo per scelta, tuttavia la sua parabola di crescita è una storia di formazione tutt’altro che scontata: aldilà del finale, che è abbastanza telefonato, le riflessioni di Megan non sono banali, l’ansia che pervade la difficile fase del definitivo distacco dalla postadolescenza per accedere all’età adulta (che sempre più si colloca a ridosso dei trenta) è resa verosimilmente, pur senza eccedere in finezza. Così come la necessità di distaccarsi almeno un po’ da ciò che si è sempre avuto, sull’importanza di abbracciare nuove prospettive e costruirsi nuovi occhi per valutare la propria realtà da altri punti di vista. Intrattenimento godibile, ottima visione da treno. Visto in lingua originale.
Due sole domande per i miei lettori: solo io non impazzisco per Chloe Moretz? E soprattutto, che vuol dire Laggies? Qualcuno mi illumini, per piacere piacerissimo.



Ida (Paweł Pawlikowski, 2013) PC
Questo film polacco si è portato a casa la statuetta come miglior film straniero, quest’anno. Una storia intimista, in bianco e nero, protagonista una novizia orfana che viene mandata a conoscere la realtà fuori dal convento affinché sperimenti la vita mondana prima di prendere il velo. La storia di una presa di coscienza sussurrata, complici una zia libertina e depressa, un bel sassofonista e soprattutto un’atroce rivelazione sulla sua infanzia e sulla morte dei genitori. Finale forse prevedibile, ma perfetto. Non è un film che mi abbia bucato il cuore, ma la sua efficacia minimale e l’interpretazione in punta di piedi della protagonista colpiscono.



21 grammi (Alejandro González Iñárritu, 2003) PC
Continua la mia tardiva esplorazione del regista messicano che mi ha colpita con Birdman e fatta innamorate con Amores Perros. Questo 21 grammi è il secondo volume della trilogia della morte, inaugurata appunto da Amores Perros e che con questo film condivide una lunga sequela di disgrazie raccontate in un pastiche temporale che snocciola gli eventi procedendo avanti e indietro sulla linea del tempo, continuamente. Il confronto con il primo, tuttavia, secondo me non regge: pur magnificamente interpretato (Sean Penn, Naomi Watts, Benicio Del Toro, impossibile decretare chi sia il migliore) e diretto con una crudezza che, da materiale che era nel primo film, qui si fa più psicologica, tuttavia non raggiunge la compattezza d’intenti di Amores Perros e alla fine lascia lancinanti e insoddisfatti. Non delusi, ma essenzialmente tristi e irrisolti: il discorso finale della voce over sul valore della vita umana non riesce comunque a cancellare 120 minuti di pura cupezza, morte, destino avverso e pessimismo ben poco eroico. Ok, si chiama trilogia della morte e io non sono certo un’amante delle favolette a lieto fine, però qui si superano i livelli di guardia. Sono maggiormente fiduciosa su Babel.


lunedì 2 marzo 2015

CinemOssi #1: Birdman, Timbuktu, L'ombra del sospetto, Amores Perros

Carissimi, inauguriamo questa rubrica cinematografica flash: accanto alle recensioni canoniche, con introduzione, specifiche tecniche e recensione, ho deciso di affiancare una rubrica più estemporanea, a modello di quella dell’amico Mr Ink, per raccontarvi brevemente i film che ho visto durante la settimana, corredati naturalmente dalle mie spassionate impressioni. L’idea è anche che voi mi diciate che cos’avete visto questa settimana e soprattutto se avete apprezzato o meno. E cosa mi consigliate per la prossima settimana, naturalmente. 
La legenda di riferimento è: CINEMA (visto in sala), TV (in soggiorno, con i miei famigliari) e PC (nell'intimità della mia stanzetta, in camera caritatis). 

Birdman (Alejandro González Iñárritu, 2014) CINEMA
Visto in lingua originale in un cinema d’essai, colpevolmente, la sera successiva alla proclamazione degli Oscar (io tifavo per Boyhood di Linklater). I miei amici, nei giudizi, si erano divisi. E’ un film che, non so bene perché, ma mi aspettavo di dover odiare, alcuni me l’avevano presentato come un film fondamentalmente antipatico, abbastanza avulso dalla precedente filmografia di Inarritu. Filmografia che, lo ammetto, io ho cominciato a esplorare proprio con questo film: gli altri li avevo sentiti citare, ma, per un motivo o per l’altro, non mi ci ero ancora cimentata. Ed è stato amore, un amore inatteso quanto deciso: Birdman, pur non essendo un capolavoro, mi ha conquistata. Il suo finto piano sequenza che fintamente occhieggia alla finta vita dei protagonisti è l’apoteosi della decadente e attraente doppiezza di Hollywood, qui ritratta nel suo disperato (e per questo grottesco) tentativo di smarcarsi dalla commercialità, con risultati tanto tristi e patetici da diventare esilaranti. La meta teatralità o la si ama o la si odia e io qui l’ho amata, pur non essendo una patita di Carver. Attori bravissimi, tra tutti ho apprezzato l’intensità di Emma Stone, tossica e scazzata, assolutamente adorabile. Alcune trovate sono degli autentici colpi di genio, come la corsa del protagonista nudo in Time Square. Se ci aggiungiamo che il mio migliore amico attualmente vive a due isolati dalla via in cui è girato il film, che casa sua è visibile in almeno metà delle scene esterne e che a fine dicembre ho visto Les Misérables proprio nel teatro dove sono girati alcuni degli interni…be’…il coefficiente di empatia è assoluto. Ve lo consiglio. L’oscar è più che meritato e, per quanto profondamente abbia apprezzato Boyhood, condivido la decisione dell’Academy di assegnarlo a Birdman. 

Timbuktu (Abderrahmane Sissako 2014) CINEMA
Due parole sulla trama, visto che, a differenza di Birdman, questo film è decisamente meno chiacchierato, anche se comunque è stato candidato all'oscar come miglior film straniero: il controllo degli jihadisti su un villaggio africano raccontato dalla presa di coscienza di una famiglia di pastori nomadi, su cui incombe, imminente, la tragedia. Sullo sfondo (ma neanche troppo) l’accerchiamento della città, la proibizione della musica, l’imposizione della copertura totale per le donne, la progressiva perdita di qualsiasi libertà. Anche questo visto in sala, è stato il mio film del sabato sera. Ad essere sincera mi aspettavo decisamente di più: d’accordo, bella fotografia, storia quanto mai attuale, spaccato interessante che ci catapulta in una parte di mondo che nemmeno noi, ipotetici futuri insegnanti di geografia (molto ipotetici, nel mio caso), abbiamo ben chiara nel nostro immaginario. I campi lunghi e lunghissimi sono suggestivi e veramente indovinati, così come alcuni personaggi iconici (su tutti, la “strega” del villaggio, vestita coloratissima e a testa scoperta, che rifiuta di cedere agli jihadisti). Però i ritmi sono realmente troppo “africani” (il film dura un’ora e mezza, ma la si patisce come fosse il doppio) e la sceneggiatura non convince fino in fondo, ci sono un po' di falle. Occasione mancata. 

L’ombra del sospetto (Richard Eyre, 2008) TV
Ecco, questo film è stato un errore: consigliato da un’amica alla mia augusta genitrice, abbiamo deciso di vederlo, attirati da un cast stellare (Liam Neeson, Laura Linney, -sposati come nel bellissimo Kinsey - Romola Garai, persino Antonio Banderas) e dalla promessa di una trama intricata, un’intersezione tra thriller e dramma (per certi versi la trama, così come la trovate scritta, può ricordare l’interessante Gone Girl). Niente di più azzardato, ahimè: questo film si aggiudica, finora, lo sciacquone d’oro come film più irritante, inutile visto finora quest’anno. Il colpo di scena finale è intuibilissimo e soprattutto tutto ciò che viene prima non ha senso alcuno, neanche alla luce della "rivelazione". Peccato, perché l’idea, ancorché non originale, poteva lasciar presagire qualcosa di quantomeno passabile. Non è buono neanche per l’intrattenimento di grana molto grossa. Se volete vedere un bel film di questo regista, guardate Diario di uno scandalo (con Judi Dench e Cate Blanchett). 


Amores Perros (Alejandro González Iñárritu, 2000)  PC
Ho lasciato per ultimo il mio colpo di questa settimana: mi è stato consigliato da un amico estimatore di Inarritu, alla luce del mio apprezzamento per Birdman. Ho iniziato dalla fine, ho voluto proseguire dall'inizio. Me lo sono guardato in più giorni, diluendolo tra le mie occupazioni quotidiane, per gustarlo tutto con calma, affinché ogni scena arrivasse a me nel momento giusto. E’ un film piuttosto lungo (due ore e quaranta) e procura emozioni forti; a tratti mi ha ricordato Pulp Fiction, soprattutto per la struttura a episodi intrecciati, sfilacciata cronologicamente, ma anche per il linguaggio crudo, per la gran quantità di sangue e morti, per i drammi ineluttabili che racconta. Premetto che non sono un’estimatrice di Tarantino, lo guardo, lo rispetto, riconosco la sua bravura, ma piacermi è un altro discorso: alla fine di un suo film, solitamente dico a chi è con me che ho un irrefrenabile bisogno di spararmi qualcosa di Ivory. Per cui questo genere di film non rientra nelle mie corde. E tuttavia, questo mi ha proprio rubato il cuore: c’è una profondità di intenti, una crudezza di rappresentazioni, un realismo brutale, un’assenza quasi totale di buoni sentimenti che proietta lo spettatore in un limbo senza uscita, è un film che fa domande, invece di fornire risposte. E’ la storia di tanti personaggi, dai manager ai sottoproletari, nel formicaio di Città del Messico, che falliscono nelle loro imprese, che causano o subiscono un destino cui non si possono opporre. Accanto a loro, i cani, co-protagonisti di tutte le vicende e spesso motori inconsapevoli dei tanti topici cambiamenti di direzione della vita dei loro padroni. Tanti di loro muoiono male, spesso peggio degli umani, e non anch'essi lontani dall'innocenza. Il titolo, Amores Perros, vuol dire sia “Amori bastardi” sia “Amori e cani”, volutamente ambiguo. Astenersi solo le anime troppo sensibili. Per tutti gli altri, guardatelo. E’ il primo di una ideale trilogia: seguono, infatti, 21 grammi e Babel, che recupererò presto.