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martedì 28 luglio 2015

Recensione "L'età sottile" di Francesco Dimitri

Quando e dove l’ho comprato?
L'ho letto in ebook


Quando e dove l’ho letto?
Un po’ ovunque: tra la biblioteca, i mezzi pubblici e la piscina. Ho impiegato pochi giorni, è stato il libro della mia prima distensione vacanziera di quest'anno

Che cosa?
L’età sottile di Francesco Dimitri, autore italiano di genere fantasy, a me finora sconosciuto. Sono stata una lettrice accanita di questo genere in gioventù, per cui ad oggi ne leggo pochissimo (meno di un titolo all’anno) e selezionatissimo, forse perché sono diventata davvero troppo esigente.


Perché?
Perché mi è stato consigliato con calore da due persone della cui opinione letteraria mi fido: uno è il mio amico Mattia/Silver Reflex/Terence Granchester, youtuber letterario, l'altro è Mr Ink, qui la sua recensione. 


Con che cosa?
Da solo: è stata una lettura veloce e totalizzante

Autore: Francesco Dimitri
Titolo: L'età sottile
Editore: Salani
Pagine: 396
Prezzo: 15.90 euro
Anno: 2013
Trama: Quando Gregorio incontra la Magia per prima volta ha quattordici anni, e l’infanzia gli sta scivolando di dosso come l’acqua del mare del piccolo paese del Sud dove va in vacanza. La proposta che gli viene fatta va oltre ogni immaginazione, e l’idea di diventare più potente di qualsiasi mortale sembra decisamente allettante. Se Gregorio accetta, però, dovrà nascondere a chiunque la sua nuova vita; dovrà tacere e mentire alla famiglia e agli amici di un tempo; dovrà abbandonare la sua normalità ed entrare in un mondo dove la parola è azione, e le azioni sono al di sopra di ogni giudizio. Un mondo di cambiamento costante, di pericoli mortali, di tradimento, ma dove l’amicizia è più potente della morte. Originale, spiazzante, crudo, onirico e realistico al tempo stesso, dal più talentuoso e visionario autore del fantastico italiano un sorprendente romanzo di formazione che ci ricorda che ogni adolescente è mago, perché vuole conservare il potere dell’infanzia e trasportarlo integro nell’età adulta.


RECENSIONE


Se decido di leggere fantasy, dopo un'adolescenza in cui ne ho letto (e persino scritto) molto, a 28 anni deve essere per un buon motivo. Il mio buon motivo si chiama Mattia e lo ringrazio moltissimo per questa segnalazione.

Il titolo è un riferimento a quell'età problematica e ambigua che è l'adolescenza: sottile significa fragile, effimero, ma significa anche permeabile, un'età di confine tra un mondo e l'altro, tra un io infantile e un io adulto. La chiave interpretativa di questo libro è l'ambiguità, legata al simbolico-occulto, quanto al reale. 

Non dirò molto sulla trama, anche per non rovinare il piacere della scoperta a nuovi possibili lettori: vi basti sapere che ci sono due ambientazioni principali (la Roma autunnale e un paesino del sud in estate), un adolescente alle prese con il lutto della madre, le turbe ormonali e i primi amori e poi c'è l'incontro con la magia. E tantissime citazioni (implicite ed esplicite) da tutto il panorama fantasy-nerd contemporaneo. 

I riferimenti più frequenti sono quelli alla saga di Harry Potter, citata a più riprese per tutta la durata del romanzo: è interessante come questa storia reinventi e riusi i suoi modelli, con un'alchimia funzionale che ha qualcosa, davvero, di magico. Momenti iconici e temi ripresi, come il tema del lutto e lo sfregio subito da un nemico (il protagonista Gregorio perde un occhio) sono presentati con una consapevolezza superiore, quasi distante, che "se la canta e se la suona", che ti dice "lo so che questo è un cliché, ma guarda come te lo parcheggio bene, ci faccio il balletto attorno, te lo mostro da un'altra angolatura, te lo stropiccio, te lo rovescio". 

In Harry Potter dove siano allocati il bene e il male è quasi sempre perfettamente evidente e riconoscibile, salvo mistici coni d'ombra come il magnifico personaggio di Piton: in questo romanzo, invece, Gregorio fa spesso del male al suo prossimo, le sue motivazioni non sono sempre nobili, il suo fine spesso giustifica dei discutibili mezzi (il protagonista assume droghe a più riprese e arriva persino ad allearsi con una specie di giovane "mafioso" di paese), il suo saltellare su e giù lungo la linea che separa il bene dal male è una danza ammaliante. Siamo sempre davanti a una duplice interpretazione: da una parte la scoperta della magia è un dono, dall'altra una discesa agli inferi; il maestro Levi è una guida, ma anche una personalità ombrosa, che plagia giovani menti. 


La magia è raccontata nella sua natura teorica e pratica, nel suo potenziale dirompente, strettamente legato con l'estasi dei sensi: una delle scene più belle e potenti del libro mostra contestualmente la perdita della verginità del protagonista e la sua iniziazione alla magia con tanto di piscina, tempesta marittima notturna, sangue virginale, pentacoli e cerchi magici, in un tripudio di fulmini e saette, di orgasmo e morte. Detta così sembra un'accozzaglia di elementi kitsch, eppure, credetemi, si tratta di un passaggio davvero ben orchestrato. 

Ovviamente non è un libro perfetto, veniamo dunque a ciò che non mi ha convinto: innanzitutto alcuni dei personaggi sono monocordi, appena abbozzati, probabilmente perché la mole del libro e la sua autoconclusività non consentono di scavare in profondità. 

In particolare penso ai membri del gruppo di maghi che Levi allena: li conosciamo poco, una fra tutti la misteriosa e ispida Elena, i cui misteri si esauriscono in mezza pagina, appena prima della fine; anche Simone e Diana rimangono nell'ombra. Su Gregorio, invece, si può facilmente rilevare come l'autore abbia fin esagerato nella caratterizzazione: il giovane protagonista ha una cultura da nerd nato negli anni '80, con tanto di fissa per Gaiman (che cita a memoria), Dungeons & Dragons, Buffy, Bob Dylan, solo per citarne alcuni. La sua cultura è un crogiolo ricchissimo e un po' impensabile per un adolescente degli anni dieci, il che lo rende un personaggio interessante, ma poco credibile. 

C'è poi una caratteristica che per me non è un difetto, ma è senz'altro una particolarità: non si capisce bene quale sia il pubblico di riferimento. Sicuramente per essere pensato per un pubblico adolescente è un libro piuttosto problematico: vi sono scene ambientate sul "piano astrale" i cui contenuti sono volutamente controversi, perturbanti, per quanto indubbiamente affascinanti. 

E' un libro che fa riflettere e discutere, probabilmente una delle migliori prove fantasy contemporanee del bel paese. Lo stile è preciso e coinvolgente, ti spinge a voltare pagina, tra la forte presa del contenuto e l'indubbia bellezza della forma. Lo consiglio a tutti coloro che amano il fantasy ma gradirebbero leggere finalmente qualcosa di nuovo, che non si prenda troppo sul serio e omaggi i canoni senza copiare pedissequamente. . 

E secondo me è perfetto per l'estate, perché fornisce una buona dose di spunti di riflessione senza annoiare minimamente.

giovedì 23 luglio 2015

Recensione: "Forse qui potrei vivere" di Valeria Fraccari

Quando e dove l’ho comprato?
Mi è stato gentilmente inviato, su mia richiesta, dalla casa editrice, in formato cartaceo


Quando e dove l’ho letto?
A letto e in giro per la città, sui mezzi pubblici


Che cosa?
Qui forse potrei vivere di Valeria Fraccari, della Biblion Edizioni, autrice e casa editrice a me finora sconosciute


Perché?
L’ho visto recensire in toni entusiastici su “La stamberga dei lettori”, blog autorevole, dei cui collaboratori mi fido molto. Ero in cerca di un gioiellino.

Con che cosa?
Insieme a diversi tomi di glottodidattica (non se ne esce…) a Pierre non esiste di Vargas e a Il giardino dei Finzi-Contini di Bassani.



Autore: Valeria Fraccari
Titolo: Qui forse potrei vivere
Editore: Biblion Edizioni
Pagine: 158
Prezzo: 12 euro
Anno: 2014
Trama: In un liceo di Milano suona la campanella: è l'ultima ora del sabato, la settimana è finita e tutti escono da scuola. Tutti, tranne la professoressa Irene Corti, che quella mattina, in classe, ha letteralmente perso il controllo e il contatto con la realtà. Luca è uno degli studenti di Irene e quella lezione lo ha sconvolto. Anche quando torna a casa, dove lo aspetta la sua difficile storia familiare, non può smettere di pensarci. Nell'arco dei tre giorni in cui si svolge il romanzo, le vicende di Irene e Luca si sviluppano parallelamente, così come dolori e ricordi aprono violentemente varchi nelle esistenze di entrambi, conducendo il lettore nel tempo fragile, intenso e doloroso della scuola e dell'adolescenza.


RECENSIONE

Mi piace pensare di essere una futura insegnante: evidentemente non essere stata ammessa a ben due cicli di percorsi abilitanti di dubbia utilità non ha ancora fiaccato i miei propositi. Nel frattempo ho fatto sporadiche supplenze e corsi di recupero, insegnato italiano L2 agli adulti, lavorato in tutt’altro campo e, tuttavia, nel mio futuro a lungo termine mi vedo in classe, un posto dove ho sempre pensato che mi sentirò bene. Forse perché da studentessa ci stavo tanto bene. 

Queste sono anche, almeno in parte, le motivazioni che spingono la protagonista di questo romanzo, la professoressa Irene, a inseguire il sogno dell’insegnamento, che rimane l’obiettivo principe, prima in potenza e poi in atto, della sua vita. Finché in aula, in un giorno di maggio, non accade qualcosa che rimette in discussione tutto, che la sospinge in una risacca di incertezza e inadeguatezza, un evento spaventoso che la porta a ripercorrere mentalmente tutta la sua vita. 

Un percorso sentimentale fondato su pochi affetti, essenzialmente la figlia Sara e l’amica Bianca, che però negli ultimi tempi ha cominciato a scricchiolare; e tutt'intorno una certa solitudine, tra l’interesse per un collega affascinante, di cui non ricorda il nome, e le giornate scolastiche tutte uguali, via via più pesanti, tra il peso di una colpa inconfessabile e le prime avvisaglie di una crisi vocazionale. 

Contestualmente si sviluppa la vicenda di Luca, allievo di Irene, il solo, forse, a percepire la profondità del disagio della sua professoressa di lettere: lui è un’anima smarrita in una vita famigliare fatta di assenze e non detti. Alla fine sarà l’intersezione tra queste due solitudini a rendere possibile il superamento di un periodo buio per entrambi.

Ecco, ho trovato in questo breve romanzo esattamente quello che mi aspettavo: un piccolo gioiello di bella scrittura, essenziale, puntuale, con belle riflessioni sull’essere insegnanti, sull’essere studenti e soprattutto sull’essere umani. Umani in una dimensione di dialogo con altri esseri umani, in una condivisione di momenti, di saperi e di emozioni. Merita una menzione speciale, senza anticipazioni, il modo in cui la protagonista Irene e la futura migliore amica Bianca si conoscono, ai tempi dell'università, complice una citazione galeotta da Caproni, che poi è quella che dà il (bellissimo) titolo al libro. 

Diciamo che un limite, a livello di percezione soggettiva, può essere che questo libro non mi ha dato nulla di più di quanto mi aspettassi: le aspettative erano alte e sono state ripagate con precisione. Il che mi fa riflettere sull’arma a doppio taglio che possono essere le aspettative: un libro da cui non ti aspetti niente e ti regala un mondo è un’emozione indicibile, un libro che ti suggerisce, già da chiuso, una qualità evidente, per poi “portare a casa il compito” forse, su un piano prettamente edonistico, dà una soddisfazione di tipo diverso, meno entusiastica, più contenuta.

In ogni caso si tratta di un piccolo gioiello che scava in profondità, nella sua semplicità e nella sua estrema e rigorosa coesione. Una bella scoperta. Probabilmente leggerò altro di quest’autrice.

L'AUTRICE



lunedì 4 maggio 2015

CinemOssi: Mia madre, Una nuova amica, Un amore di gioventù, Il posto delle fragole, Fragole e cioccolato

Eccoci qui, primavera, tempo di fragole (!!!) e di lunghi viaggi in treno, in cui mi trastullo con visioni solinghe e ristoratrici. Vediamo cos’ho combinato nelle ultime settimane.

Mia madre (Nanni Moretti, 2015) CINEMA

Grandi aspettative per questo film, che in più d’uno (Marco Travaglio compreso) hanno additato come il suo film più compiuto, più maturo, finalmente libero dalla funesta aura morettiana che fece affermare a Dino Risi “mi piacerebbe che di tanto in tanto Nanni Moretti uscisse dal film per lasciarmelo guardare” (vado a memoria). Ecco, pur non essendo certamente un brutto film o uno dei suoi peggiori, Mia madre non si configura assolutamente come uno dei suoi film più riusciti: di efficace ho trovato soprattutto la raffigurazione del folle mondo cinematografico (la protagonista, interpretata da Margherita Buy, è una regista), dei tentativi disperati di mostrare la realtà che si scontrano con attori abbaianti ed egocentrici. Meno riuscito il dramma che deriva dal lutto per l’imminente perdita della madre, celebrata come una santa (anche se, da prof, dovrei forse gioire dell’alone sacro con cui la figura salvifica dell’insegnante esce da questo film): rappresentato programmaticamente, con prese di posizione a tratti oscure (il fratello della protagonista, interpretato da Nanni Moretti, si licenzia a causa del lutto) e soprattutto con quest’idea che la protagonista del film sia, anche per la madre, una sorta di mostro da cui tutti scappano. Idea che non è in alcun modo rispecchiata dal personaggio rappresentato sullo schermo. Occasione mancata, a mio modesto parere. Più in ribasso rispetto ad altri suoi film del filone drammatico, primo fra tutti il bellissimo La stanza del figlio

Una nuova amica (François Ozon, 2014) CINEMA
Questo film mi ha del tutto sorpresa: mi aspettavo una delicata commedia francese sul tema dell’omosessualità e invece mi sono trovata davanti a qualcosa di profondamente diverso, che non voglio svelare perché sarebbe veramente difficile non fare spoiler. Vi basti sapere che indaga le radici più profonde, inaspettate e sconcertanti del desiderio, le intersezioni tra amore e amicizia, il rapporto (di rado oggetto di film) tra identità sessuale e orientamento sessuale. Il ritmo è rapido e incalzante e il finale, per quanto non perfetto, è inaspettato e particolare. Bravissimo Romain Duris, che io amo e seguo dai tempi dell’Appartamento Spagnolo (anche se continua a non piacermi fisicamente). Un piccolo gioiello, specie alla luce della solita "francesata carina" che mi aspettavo e che per fortuna non è stato.

Un amore di gioventù (Mia Hansen Lowe, 2011) TRENO
Visto a causa di un equivoco: mi era stato additato come un film di Ozon, di cui avevo appena visto e apprezzato Una nuova amica. Mentre questo qui è della sua compagna Mia Hansen Lowe. E questo, sì, è un film tremendamente francese: delicatamente, in punta di piedi, racconta l’amore adolescenziale e totalizzante di una giovanissima per un suo coetaneo bohémien e giramondo. Il suo viaggio in America Latina interrompe la relazione, che finisce per sfumare nel nulla, mentre la protagonista si iscrive ad Architettura e finisce per instaurare una relazione razionale ed appagante con il suo professore e relatore di tesi. Il tutto fino al rientro in Francia dell’amore di gioventù, che riaccende passioni solo apparentemente sopite. Niente di nuovo sotto il sole, ma la levità con cui tutto è condotto verso un finale tutto meno che concluso è davvero ammirevole; qui le radici del desiderio e dell’amore non si indagano, ma si mostrano senza commenti, in tutta la loro brutale imperscrutabilità. L’insostenibile leggerezza dell’amore totalizzante in un’era in cui l’adolescenza si allunga oltre i trent’anni. 


Il posto delle fragole (Ingmar Bergman, 1957) PC
E qui è in arrivo un classicone immortale: ho frequentato Bergman solo occasionalmente, nelle aule del mio unico esame di storia e critica del cinema all’università. Per dirla sinceramente, non avevo mai visto un suo film nella sua interezza. Così, per conoscerlo finalmente da vicino, ho chiesto agli amici cinefili quale fosse, a loro parere, il suo film migliore. E mi è stato risposto quasi all’unanimità “Il posto delle fragole”. Ed eccomi qui a parlarvene. La storia è nota: un anziano professore deve recarsi da Stoccolma a Lund per ricevere un prestigioso premio alla carriera e, inaspettatamente, decide di viaggiare in auto, in compagnia di sua nuora, con cui ha un rapporto problematico. Questo viaggio on the road assume le dimensioni di un viaggio dell’anima a ritroso nel suo passato, sulle soglie delle scelte fatte e del destino, spesso subito, degli antichi amori e dei rimpianti di una vita. Non avevo dubbi che si trattasse di un capolavoro, ciò che mi ha stupito è stata la modernità assoluta di un film degli anni ’50, le tematiche sempre attuali, il focus puntuale e tagliente sui recessi dell’anima, tra maternità desiderate ed impedite, matrimoni sbagliati, insoddisfazioni silenti e l’avanzare inesorabile verso la morte. Bellissimo, consigliato a tutti, cinefili e non.

Fragola e cioccolato (Tomás Gutiérrez Alea e Juan Carlos Tabio, 1994) TRENO

Ancora fragole su questa mia primavera di movimenti. Cercavo un film da vedere in treno, in un pomeriggio uggioso e triste in cui mettermi sulla strada per la Valle D’Aosta sotto la pioggia mi riempiva di malinconia; un caro amico mi ha consigliato questo film cubano, che mi ha traghettata in un mondo per me del tutto sconosciuto, quello della repressione degli intellettuali dissidenti dopo la rivoluzione cubana. Ciò che colpisce di questo film non è tanto il tema della dissidenza (politica e morale) che spinge a frequentarsi un giovane studente universitario castrista appena abbandonato dalla donna amata e un critico letterario omosessuale, quanto com’è affrontato il tema dell’amicizia, questo sentimento misterioso e problematico che qui come altrove racconta di non detti e tradimenti. L'ho adorato. 

martedì 17 febbraio 2015

Cinquanta sfumature di noia: la recensione del film

Antefatto


Chi mi conosce sa (e non ho vergogna a ribadirlo) che bazzico le sfumature dalla lontana estate del 2012

Sono una curiosona e le tendenze editoriali mi intrigano, poi all’epoca lavoravo (non retribuita) in una casa editrice, per cui il terremoto mediatico che investì in quell'anno il sonnolento panorama letterario estivo me lo ricordo fin troppo bene. 

Per noi addetti ai lavori fu uno tsunami notevole, casi del genere si ricordavano giusto per eventi commerciali della portata di Twilight o Il Codice Da Vinci, long-seller che comunque erano partiti in modalità diesel e avevano poi fatto i milioni con il tempo. 

Ragion per cui, complici le otto ore di lavoro e la stanchezza, il desiderio di mettere i neuroni in naftalina, un pizzico di autolesionismo e l’indubbio coefficiente comico involontario del contenuto e della forma mi spinsero all’insano gesto di sciropparmi tutta la trilogia, integralmente, non astenendomi da recensioni al vetriolo, che potete ancora trovare sul mio profilo Anobii. Tengo a precisare che non ho speso un centesimo per leggere questi libri, né ho occupato un centimetro cubo di spazio in casa mia. 

Naturalmente la  recensione della trilogia (fin bonaria sul primo volume) fu globalmente stroncante: stile assente, lingua repellente, morale reazionaria (perché, SPOILERONE LEGGENDARIO DI QUARTO LIVELLO, i due si amano alla follia e alla fine si sposano e sfornano frugoletti, che manco Albano e Romina, un bicchiere di vino con un frustino la felicità...), un erotismo sbandierato come trasgressivo ma fondamentalmente innocuo, un'apologia dello stalking e soprattutto - anche se qui si tratta di un effetto secondario non voluto dall’autrice - la pioggia di pessimi epigoni che ha generato


Positiva fu, invece, tutta la discussione che ne scaturì, sui ruoli femminili nei libri contemporanei, sulla ricerca del piacere, sugli archetipi maschili da mettere a fuoco, sugli stalker travestiti da principi azzurri, nonché tutta la godibilissima satira di contorno. 

Ed è per lo stesso motivo che mi sono, dunque, accinta all’ardua impresa di vedere il film, per non astenermi dal dibattito, anche questa volta. E anche qui preciso che le mie povere tasche non sono state intaccate da questa visione autolesionistica. 

Naturalmente non mi dilungherò in quelle ovvie considerazioni che già abbiamo tutti esternato riguardo fatti pacifici che, inevitabilmente, dal libro si ribattono sul film (come l'assurdità della ricchezza spropositata di Christian, o l'inspiegabile dabbenaggine di Anastasia). 

Come al solito, anime belle astenersi: l’intensità dell’opera non può essere tradita. Recensisco anche letteratura e film d'autore, credetemi, vi rifarete la bocca presto. 

Titolo: Cinquanta Sfumature di Grigio 
Regia: Sam Taylor-Johnson
Sceneggiatura: Kelly Marcel, Patrick Marber, Mark Bombarck 
Data di uscita: 12 febbraio 2015 
Casa di produzione: Focus Features, Michael De Luca Productions, Trigger Street Productions 
Distribuzione: Universal Pictures 
Genere: Sentimentale, Erotico, Drammatico 
Durata: 125 minuti 
Cast: Jamie Dornan, Dakota Johnson, Eloise Mumford, Luke Grimes, Jennifer Ehle, Victor Rasuk, Marcia Gay Harden, Max Martini, Rachel Skarsten, Dylan Neal, Anthony Konechny, Callum Keith Rennie 



RECENSIONE 


Ho riflettuto parecchio prima di decidermi a dare la mia opinione di questo film e il motivo è che, una volta tanto, una visione che mi prometteva, se non certo qualità e coinvolgimento emotivo, almeno risate, oppure rabbia, oppure sconforto, ha invece fatto dilagare in me un sentimento che non credevo potesse risultare così preponderante su tutti gli altri: la noia

Ma non quella da mezzo sbadiglio e occhiata all’orologio, piuttosto quella da coma irreversibile, che ci porta ad abbassare lo sguardo sull’angolo destro del pc per contare i minuti che mancano alla fine della tortura. 

Tutto sommato l’attacco funziona: montaggio alternato con i due protagonisti che, con Annie Lennox in sottofondo, si preparano per andare al lavoro, che fa glamour e strizza l’occhio al Diavolo veste Prada; poi l'intervista in cui Anastasia e Christian si scambiano le battute, tanto inverosimili e ingenue da essere quasi tenere, che hanno reso famosa la penna della non professionista fanfictioner (ricordiamolo: Cinquanta sfumature è nata come fanfiction di Twilight) E. L. James; e poi…il nulla. 

Lo spaesamento imbarazzato che sfoggiavano nei primi venti minuti si fa gelo apocalittico per la restante ora e mezza: alla faccia del film erotico, Dakota Johnson (figlia di Melanie Griffith, che non ha gradito) e Jamie Dorman manifestano la stessa tensione carnale di due celenterati spersi nell'oceano antartico. 

Certo, l’esigenza di copione (ma bisognava essere per forza così reverenti nei confronti di tanta opera letteraria?!) ha richiesto una protagonista magra ai limiti della denutrizione, il che certo non aiuta a rafforzare il pathos sessuale già agonizzante, se da supina alla Johnson si contano una ad una tutte le costole e di faccia, obiettivamente, è giusto meno legnosa di un comodino. Che le cosce non fossero depilate, come molti recensori hanno impietosamente sottolineato, non ho potuto appurarlo, causa scarsa risoluzione della traccia in mio possesso e chiedo venia ai lettori se non posso essere fonte attendibile su questo particolare (sic!). 

Le cosiddette scene hot, sono, dunque, meri esercizi ginnici neanche troppo plastici, con qualche innocuo cordino e qualche occasionale frustino, ripresi nella penombra e con una colonna sonora sprecata perché montata a casaccio. 

L’estremo attaccamento al libro causa stranezze irritanti, che già su carta stridevano, ma qui raggiungono vette di pura idiozia: i protagonisti discutono animatamente e dopo pochi minuti tutto è perdonato con un volo in aliante; Anastasia sa perfettamente cosa sia il fisting (pratica realmente estrema e difatti mai praticata né in questo né negli altri libri della trilogia) ma chiede al suo principe grigio cosa sia un dilatatore anale (che…voglio dire…non serve una laurea, è un “nome parlante”, giusto cielo, usa la tua immaginazione!) 


Christian stalkereggia come da copione, poco convinto, neanche troppo schermato dalla sua rassicurante flemma da speaker del Tg1, ammonito sempre solo bonariamente dalla sua partner, che, calda di sesso e ancheggiante, gli prepara i pancake come una brava mogliettina in una scena che ha scatenato molte più polemiche delle sequenze di soft bondage. 

Sui comprimari non mi dilungo, sono superflui esattamente come nel libro: la migliore amica è una gnocca senza testa, il fratello di lui si limita a limonare col risucchio e a mostrare la schiena da culturista, solo si patisce un po’ a vedere la brava Marcia Gay Harden, visibilmente imbarazzata, nel ruolo della madre di Christian. 

Per il resto, si sbuffa e si sbadiglia sonoramente fino al finale, tra dialoghi esasperanti e inquadrature inefficaci, il tutto senza neanche ridere, e questa è stata una delusione cocente, perché invece il libro garantiva uno smascellamento continuo. 

Un film utile e coinvolgente quanto un elettroencefalogramma piatto. Peggio del libro: era obiettivamente difficile, ma si sono impegnati e ce l'hanno fatta. 

E voi? Avete visto questo film? Avevate letto il libro? Delusi? Soddisfatti? Desolati? Quale scena vi ha maggiormente infastiditi? 

Vi favorisco anche la godibilissima videorecensione di Cimdrp su Youtube e quella, sempre efficace, del mio amico Mr Ink

Ah, la famosissima battuta che nel libro recitava “Signorina Steel, io non faccio l’amore. Io fotto senza pietà” nel film è diventata “Signorina Steel, io non faccio l’amore, io scopo…forte.”
Traduzione più letterale e dunque più filologicamente corretta dell’inglese “I fuck hard”. 
Sì. Tràgame, tierra.


sabato 14 febbraio 2015

Poligamia, adulterio e dintorni: “La separazione del maschio” di Francesco Piccolo

Quando e dove l’ho comprato?

Ordine natalizio effettuato su Libraccio.it, che mi ha consentito di pagarlo metà prezzo.

Quando e dove l’ho letto?

Nelle gelide notti di gennaio, prima di dormire, nel letto, sotto il piumone, cicatrizialmente incollata alla stufa elettrica per non congelare. E nelle pause studio, nella biblioteca di facoltà, intervallandolo allo studio curricolare. Sempre attaccata al termosifone.


Che libro è?

La separazione del maschio, romanzo di Francesco Piccolo, autore insignito dello Strega nel 2014 con il suo ultimo lavoro Il desiderio di essere come tutti. Ma soprattutto sceneggiatore di film molto interessanti, come Il capitale umano e La prima cosa bella di Paolo Virzì e Il caimano e Habemus Papam di Nanni Moretti.

Perché diamine?

Me l’ha consigliato il mio carissimo amico e collega Silver Reflex, youtuber e video recensore. E perché sono in vena di riflessioni sulla natura e la forma delle relazioni, anche più del solito.

Insieme a che cos'altro?

Inframezzato a diversi tomi di glottodidattica, che leggo per preparare un esame.


Autore: Francesco Piccolo
Titolo: La separazione del maschio
Editore: Einaudi
Collana: Gli struzzi
Pagine: 198
Prezzo: 11 euro
Anno: 2008
TramaIl protagonista di questo libro, il Maschio, è un padre capace di tenerezza e di attenzione, è un marito allegro e appassionato. Ma ha molte altre donne. Relazioni di lunga durata, in cui il sesso è il veicolo primario attraverso il quale passano la comunicazione, l'affetto, la curiosità, la scoperta dell'altro. Il sesso è un pensiero costante, un'ossessione e una consuetudine, un modo per entrare in contatto con il mondo esterno. Più ancora della seduzione e della conquista, più dell'amore che in forme diverse è parte fondamentale di ciascuna di queste relazioni. È questa la separazione del maschio, dunque. Dove per maschio s'intende davvero, genericamente, il maschio di uomo nell'apice dell'età riproduttiva, in un ambiente circostante quanto mai generoso di sollecitazioni e stimoli. E per separazione s'intendono due cose: quella, letterale, dalla moglie, a cui condurrà fatalmente il percorso del libro; e quella, fisica e metaforica, che divide all'interno dello stesso uomo il padre dal marito e dall'amante. Quasi che fosse impossibile conciliare gli impulsi e i sentimenti, quasi che l'unica strada per tenere tutto insieme fosse una rigida compartimentazione, cioè: vivere molte vite.

RECENSIONE

L’innominato protagonista di questo romanzo è una figura controversa: esigente e appassionato montatore cinematografico (il che permette a Piccolo interessanti digressioni, anche tecniche, sul mondo del cinema, che ben conosce da sceneggiatore) è un marito innamorato, ma soprattutto un padre premuroso per la sua piccola e problematica Beatrice.

Dotato di sensi di colpa a due velocità, il protagonista si auto flagella per aver lasciato la figlioletta senza merenda per un pomeriggio, ma nessuno scrupolo morale sembra sfiorarlo per la sua sfacciata, per quanto occulta, poligamia: è amante da nove anni di Valeria, moglie di un suo amico, da tre ha una relazione con la collega Francesca e da un anno e mezzo si vede saltuariamente con una terza donna; il tutto escludendo le relazioni occasionali e senza che tutto questo infici sulla sua viva e sempre complice relazione con l’amatissima moglie Teresa. Anzi. L’essere stato a letto il pomeriggio con una delle sue amanti sembra rendere i rapporti sessuali serali con Teresa fin più appaganti.

Una vita trascorsa tra copule febbrili e in perenne ansia, un’ansia “da pre-esame”, di quelle che danno i crampi allo stomaco e suscitano l’appagante rilascio di noradrenalina ad ogni scampato pericolo; è l’ansia che i suoi tradimenti vengano alla luce e il suo appagante ménage si sgretoli rovinosamente. Ma naturalmente la vita saprà sorprenderlo con rivolgimenti inaspettati.

Tante recensioni si sono espresse con severità sulle tematiche affrontate da questo romanzo e soprattutto sul come vengano trattate: senza peli sulla lingua, con descrizioni particolareggiate e a tratti morbose, con un protagonista fedifrago e recidivo, con atteggiamenti maschilisti esibiti con pericolosa naturalezza.

Niente di tutto ciò ha, invece, personalmente infastidito me; la trama è davvero ben congegnata e con essa anche lo svolgimento e il susseguirsi degli eventi, con una linea del tempo montata a spirale, una spirale che lancia lampi di luce sul passato, che riesce a dare un’idea di insieme profondamente organica nonostante la non consequenzialità.

Lodevole l’ambizione di portare il lettore a riflettere sulla monogamia: quando l’abbiamo scelta? Ce la impone la società? E’ la risposta più soddisfacente alle esigenze umane?

Ho apprezzato la volontà dell’autore di tornare su determinati ricordi in tempi diversi, approfondendoli, il suo indugiare studiatamente perturbante su teneri aneddoti con protagonista la piccola Beatrice (tra le pagine più belle) per poi passare, magari subito dopo, a descrizioni crude di sesso, a volte squallido, consumato ai lati della vita ufficiale.

Affascinante la costante dicotomia tra montaggio cinematografico e esistenza, questo far combaciare ogni scena di un film e ogni momento della vita in un insieme armonico, tagliando e accostando attimi, è più che una missione per il protagonista, se ne percepisce l’autentica vocazione.

Il maschilismo, poi, io davvero non ce l’ho visto, piuttosto l’idea, reazionaria e passatista, secondo la quale l’uomo debba tradire per il suo solo piacere e la donna solo per segnalare una situazione di disagio, di infelicità all’interno della relazione in cui si trova.

Nota dolente, invece, è la forma: riflessioni interessanti, intelligenti, profonde come quelle che trovano spazio in questo romanzo sarebbero state maggiormente apprezzabili in uno stile più ricco, maggiormente studiato, meno vago e colloquiale; e questa potrebbe essere ragionevolmente una delle ragioni per cui in molti non sono riusciti a vedere tutti i chiaroscuri di questo libro. Spero sinceramente che lo stile di Piccolo sia migliorato negli anni (dai, se ha vinto lo Strega...eh, ma anche Giordano ha vinto lo Strega...ops!) 

Pollice verso anche per certe cadute di stile che rasentano il trash: la hit parade dei lati B delle sue conquiste sessuali è tra le trovate letterarie più desolanti che mi sia capitato di leggere ultimamente. Per quanto, tutto sommato, mi abbia strappato un sorrisetto.

In definitiva un buon romanzo, non privo di pecche, con un contenuto incalzante, condito da considerazioni coinvolgenti, e una forma da intrattenimento. Non ho ancora deciso se leggere o meno altro di Piccolo. E voi? Avete letto niente di suo? Avete qualcosa da consigliarmi? Vi piace l'idea del backstage? Avete altre curiosità da consigliarmi per il cappello introduttivo? Aspetto vostre considerazioni nei commenti e vi lascio il link con la video recensione di Silver Reflex (minuto 3.24). 



L’AUTORE
Francesco Piccolo (1964) è scrittore e sceneggiatore. Per Einaudi ha pubblicato: La separazione del maschio (2008), Momenti di trascurabile felicità (2010) e Il desiderio di essere come tutti (2013), vincitore del Premio Strega 2014. Negli Einaudi Tascabili: Storie di primogeniti e figli unici (2012), Allegro occidentale (2013) e L'Italia spensierata (2014). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).